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I valori dell’educare nel tempo presente
Editoriale


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Autore: Carla Rinaldi
Presidente Reggio Children

Le considerazioni espresse in questo articolo nascono dalla riflessione sui contenuti del Joint Working Group “Globalizzazione ed educazione” promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze

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In particolare nel contesto della globalizzazione,
nel processo educativo sono essenziali
il rispetto delle diversità culturali e la conservazione
degli elementi di identità culturale.
Le nuove generazioni devono comprendere chiaramente
la loro stessa cultura in relazione alle altre culture…

(Messaggio su Globalizzazione ed Educazione approvato dalle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali )

Argomento principe dei nostri tempi è il concetto stesso di globalizzazione . Il termine è come un test di Rochard, ambiguo e polimorfo, e può significare diverse cose nei diversi contesti.
Vi è una grande differenza con il vecchio concetto di internazionalizzazione : internazionale significa, certo, movimento di capitali, lavoro, know-how tra differenti economie nazionali, che mantengono però le loro identità nazionali e controllano (gestendoli) gli scambi.
Globale, invece, non è derivativo, cioè non deriva da ciò che è dato prima, i confini non vengono attraversati, ma sono dissolti. Perciò il concetto di globalizzazione non è un concetto semplicemente economico, ma piuttosto ha implicazioni sempre più evidenti sullo sviluppo culturale. Ne è esempio (per tutti) il paradigma di cultura. Non paiono esservi alternative: la cultura non è statica, non è “data”, ma è processuale, trasformativa.
Se si perde questo valore, si finisce per perdere il senso della cultura, cioè il valore etico e irrinunciabile del dialogo tra culture.
Il doppio fenomeno dell'unità della cultura e della diversità delle culture è fondamentale. Come vincere il senso di continua destabilizzazione, di non riuscire a tenere il passo degli avvenimenti, di non vederli, di non volerli? Come convincere/ convincerci che questa non è una minaccia ma un auspicio?
Ognuno di noi è interprete e narratore della sua cultura. Ciascuno di noi è “una nuova sintesi”, una nuova cultura locale.

E qui si pone il nucleo fondamentale dell'educazione.
Le società umane, in tutte le loro svariate differenze, hanno avuto e hanno un comune obiettivo: la capacità di trasmettere valori, abilità, competenze e sensibilità da una generazione all'altra.
Questo è sempre avvenuto per lo più all'interno di una cultura.
Oggi, in un contesto globale, educare (e acculturare) i bambini e i giovani significa impegnarsi con loro (e non più solo per loro), insieme a loro in un mondo di crescenti diversità e complessità.
Si modifica sostanzialmente il concetto stesso di sapere (e quindi di potere), il rapporto tradizionale tra docente e discente, quello tra teoria e prassi: ma soprattutto si modifica il concetto di buon cittadino.
Ma oggi cosa significa educare il buon cittadino del mondo?
Si può pensare a un'educazione alla globalizzazione?
Parlando di educazione, si pone con evidenza una questione etica di grande rilevanza: nel rispetto e nella conservazione di valori locali (legati a quella cultura, religione…) possiamo pensare che vi siano alcuni valori universali che possono essere condivisi? Come garantirsi che questi non siano troppo “etnocentrici” cioè legati a una cultura dominante (come quella occidentale, per esempio)?
Bei quesiti per chi si occupa di educazione, sia genitore che insegnante, che cittadino.

Grande spazio va dunque riservato al ruolo della scuola come luogo di educazione formale. È assolutamente chiaro che per i bambini, i ragazzi (ovunque essi vivano) sarà necessario possedere competenze non solo nell' apprendere (inteso come “apprendere ad apprendere”) ma nell'apprendere a pensare, lavorare, vivere con gli altri, apprendere dalle diversità e nella diversità (lavoro di gruppo): di etnia, di genere, di lingua e di cultura.
La scuola è il primo luogo deputato a questo, e in tal senso riacquista una centralità sociale, politica e culturale che pareva in questi anni aver perso. La globalizzazione rende necessario il ruolo della scuola come forza propulsiva e innovativa, come elemento connettivo sul piano sociale, culturale e valoriale. La scuola diventa luogo di negoziazione dei dialoghi culturali complessi.
Una scuola deve essere messa in grado, sia sul piano motivazionale che economico, di costruire e sostenere questa competenza transculturale.
Cosa significa? Valorizzare per e con i bambini, i ragazzi, i giovani, ma anche con gli insegnanti, nuove forme di intelligenze (quali quella connettiva e sintetica), valorizzare le lingue ma soprattutto i linguaggi non verbali (analogici), più capaci di possedere e promuovere competenza inclusiva.
Diventano perciò parametri essenziali di qualità: la capacità di analizzare, di ragionare, di comunicare e di lavorare in gruppo e come gruppo; la capacità di riconoscere le eredità linguistiche, storiche e culturali locali assieme alla capacità di sentirsi parte di un progetto più ampio di umanizzazione che include alta sensibilità all'altro da sé, all'alterità che ci (un “ci” riflessivo) rende diversi (Lévinas).
Diversità come responsabilità: della nostra diversità e quindi anche delle altre. Ma la diversità è una parte dei rapporti degli esseri umani: comunità, solidarietà, comunicazione sono l'altra parte, gli altri valori complementari.
E tutto questo cerca e chiede reciprocità.
È un processo difficile, di grande complessità, uno sguardo interiore e verso l'altro che appare destrutturante rispetto al “pensiero dominante” che propone culture di separazione, ghettizzazione… Un pensiero dominante che molte volte è etnocentrico mentre crede di essere planetario.

La scuola dell'infanzia (e complessivamente tutto il sistema di servizi per l'infanzia), in tutto questo, risulta elemento di qualificazione per l'intero percorso scolastico.
È questa una dichiarazione molto importante per tutti e un impegno per il futuro. È una dichiarazione che conferma le scelte fatte a Reggio Emilia, come in molti comuni italiani, dove da anni si ribadisce e si agisce considerando che la scuola dell'infanzia, la scuola del bambino piccolo (e con questo includo anche il nido), è non solo una risorsa sociale-economica, ma una grande risorsa culturale.

È risorsa culturale se e perché :

• riconosce nell'infanzia e in ciascun bambino la forza generatrice che può spingere la società a rinnovarsi non solo per il bambino, ma con il bambino, accolto fin dalla nascita come cittadino a pieno diritto, portatore di diritti e di cultura;
• riconosce e valorizza ciascun bambino e ciascuna famiglia come portatore e portatrice di valori e cultura che hanno il diritto di esprimersi e confrontarsi in luoghi accoglienti perché aperti alla pluralità e promotori di pluralismo;
• riconoscere il valore del pluralismo delle istituzioni e del pluralismo nelle istituzioni: è concetto e percorso di innovazione e democrazia;
• valorizza, porta a valore, la ricerca come strategia permanente, evitando standardizzazioni e colonialismi di modelli vincenti. Una ricerca che è ricerca di identità attraverso percorsi originali, come modi di essere scuola, di pensare il mondo e di pensarsi nel mondo.

A quali valori educare e educarci dunque?
Per concludere, vorrei sottolineare alcuni valori che, fra i tanti, mi paiono degni di riflessione:

• il valore della “parzialità” con cui guardiamo al nostro punto di vista per poter accogliere criticamente il punto di vista dell'altro (verità e parzialità sono proprio incompatibili?);

(conseguentemente)

• il valore dell'ascolto non solo dell'altro, ma come “autoascolto”, autoanalisi e autocritica, come cammino di liberazione e di ricerca di autenticità di dialogo;
• il valore della libertà, o meglio il rischio della libertà, ossia del prendersi in consegna con la propria unicità, creatività.

Il rischio della libertà dalle sicurezze che ci fanno accettare modelli autoritari forti e di successo, che ci chiedono però deleghe di intelligenza, partecipazione e democrazia.