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Responsabili non imbecilli
Editoriale


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Autore: Ferruccio Cremaschi
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“Non è tempo né di nostalgie del passato né di timori sul futuro,
perché è il presente a essere imperdonabile;
è ora che vanno saldati i conti, si deve vedere ciò di cui si parla,
occorre bandire gli incantesimi retorici”

(Stefano Laffi , “Gli Asini”)

Ormai da diverso tempo ritorniamo sul tema della crisi economica e sulle ricadute sui servizi per l’infanzia e sull’educazione. Qualche lettore ci ha risposto che questa non era la “sua” crisi e possiamo essere d’accordo: non è la nostra crisi, ma è con questa crisi che dobbiamo fare i conti.
Dopo tanti mesi questa crisi un primo effetto positivo l’ha determinato. Anche noi incominciamo a capire qualcosa di finanza: che governasse la politica l’avevamo intuito da tempo, in che modo lo facesse lo stiamo scoprendo ora.
“Anche noi moderati e beneducati stiamo capendo che non è il debito pubblico il nostro maggior problema, che non sono le pensioni a scavare i buchi nel bilancio dello Stato, che il costo complessivo del welfare è tutt’altro che insostenibile, che quella del deficit, quando non è un’isteria, è una scusa per prendere dalla spesa sociale anche le briciole che prima della crisi la fi nanza poteva permettersi di prendere altrove 1 . Di fronte a questo quadro, la prima fondamentale reazione non può che essere quella di assumere posizione a tutti i livelli di rappresentanza politica, sindacale, culturale per pretendere politiche economiche che ridistribuiscano reddito e risorse cercando almeno di fermare il processo di trasferimento dal basso verso l’alto.

Questo è l’aspetto macroscopico della situazione che ci coinvolge e ci impegna tutti a livello di cittadini/e non solo italiani, non solo europei ma in una dimensione mondiale. L’altro risvolto, che ci coinvolge direttamente e immediatamente, è che le misure presentate come anticrisi stanno in realtà moltiplicando l’effetto di depauperamento quotidiano, attraverso la riduzione dei servizi e delle prestazioni ai singoli e alle famiglie.
Prendiamo un esempio dalla Francia: “[…] nel 2010 è stato pubblicato un rapporto destinato all’Assemblea Nazionale, in cui si notava che in dieci anni, dal 2000 al 2009, gli sgravi fiscali – concessi in misura quasi totale soprattutto ai ricchi – avevano comportato tra i 101 e i 120 miliardi di euro di mancate entrate. In dieci anni, questa somma colossale ha contribuito a svuotare le casse dello Stato e a rendere perciò indispensabili – questa la conclusione del Governo – tagli alle pensioni, alla sanità, alla scuola, al personale della pubblica Amministrazione. Ciò allo scopo di ridurre un onere per lo Stato che – così sostiene non solo il Governo francese ma ogni Governo di centro-destra e parecchi di centro-sinistra – nella situazione attuale tutti debbono concorrere a ridurre. L’ironia delle cifre vuole che in Francia i suddetti tagli dovrebbero ammontare, secondo quanto ha dichiarato il primo ministro François Fillon ai primi di novembre 2011, a circa 100 miliardi […]." 2
In Italia molti si sono rallegrati per l’abolizione dell’ICI che, come effetto, ha svuotato le casse dei Comuni determinando, per gli stessi cittadini, tagli ad asili, scuole, servizi alla famiglia, trasporti locali, assistenza al disagio…
C’è quindi l’urgenza di prendere coscienza degli effetti delle politiche in corso (che non sono una conseguenza necessaria della crisi ma sono la risposta sbagliata alla crisi).
A questo proposito ci sembrano gravissime le responsabilità per la mancanza di proposte alternative e di progetti da parte dei sindacati, delle forze che si dicono di sinistra, del mondo sociale e cooperativo.
Ma ciascuno di noi come si pone di fronte a questa mancata elaborazione di progetti alternativi?

Senza rincorrere teorie di complotti della finanza mondiale, questo in Italia non succede casualmente e secondo improvvisazione. Dobbiamo risalire a qualche anno fa, al “Libro Verde” del ministro Sacconi, improvvidamente preso sottogamba, dove veniva delineato un processo di ridefinizione dello stato socialeche vedeva il risultato di trasferire prestazioni e servizi al volontariato e alle famiglie con il ritiro dell’Ente pubblico da ogni intervento.
Lo Stato (nelle sue diverse articolazioni centrali e locali) si riduce così a un erogatore di voucher, a un grande bancomat che lascia all’iniziativa del singolo il muoversi in questo rinnovato Far West del sociale 3. Che l’attuale Governo, rigorosamente tecnico secondo le defi nizioni, sia un intelligente e conseguente Governo di destra, che sviluppa le politiche avviate dalla destra, forse non appare così chiaro ai politici che dovrebbero rappresentarci in Parlamento. Questo non vuol dire che pretendiamo di sottrarci a un’assunzione di responsabilità e alla partecipazione a sacrifi ci pesanti anche se le nostre responsabilità sono molto limitate. Vorremmo solo distinguere tra responsabili e imbecilli. Ci assumiamo la responsabilità di rimettere in corsa il Paese, ma non accettiamo di lasciare campo libero a politiche liberistiche a 360°, quando esistono strade alternative che economisti di riconoscimento mondiale ci propongono 4.

Proprio il senso di responsabilità che ci fa sentire doveroso contribuire alla sistemazione dei guasti di decenni di politica allegra, ci porta anche a riflettere sulla dimensione concreta delle scelte locali e personali.
Assistiamo a una resa incondizionata a tutti i livelli di principi, di idee, di impegni. Sembra che termini come “crisi”, “spread”, “pareggio di bilancio”, “patto di stabilità”, ottundano le capacità di ragionamento: si prende per buona ogni decisione, ogni taglio che arriva, e si cerca di strapazzare la copertina per coprire il mantenimento esasperato dell’esistente senza mettere in discussione cosa sia l’essenziale e cosa possa essere incrostazione incancrenita, in un “gioco del far finta” che sta bene in un asilo nido, ma non in sedi politiche.
Siamo di fronte a un disegno lucido di smantellamento del pubblico e non possiamo giocare sui termini, sulle defi nizioni, sugli equilibrismi per ridefinire cosa sia pubblico e quindi avallare la deriva e lo sfascio di due secoli di conquiste democratiche 5.

Entriamo infine nella dimensione individuale e personale, tema già affrontato qualche mese fa 6. La conseguenza diretta del clima d’incertezza economica e di sbando politico riattiva e alimenta il piccolo egoismo e il ripiegarsi sull’io, perdendo la dimensione sociale e collettiva della convivenza e della possibilità di stare meglio. Nessuno riesce a stare meglio da solo, solo il miglioramento delle condizioni generali permette al singolo di stare meglio. Solo ribaltando le politiche di risposta alla crisi è possibile creare nuove condizioni di convivenza, costruire una società in cui tutti insieme si ritrovi uno spazio di ben-essere.
Questo chiede un grande sforzo e molta fatica, esige di rimettere in discussione modelli, pratiche, certezze per aprire nuovi orizzonti. Dobbiamo essere spietati con noi stessi, nel verifi care se i nostri obiettivi e i nostri ideali sono raggiungibili con gli strumenti che ci siamo dati nel passato o se è il momento di una “rivoluzione culturale”. “Non è da adesso che ce la cantiamo con lo slogan «il futuro sono i bambini», «la speranza del mondo sono i bambini». Non credo che ci sia ipocrisia più grande. Dei bambini come futuro, a questo nostro presente, non sembra importare affatto. E d’altronde, se è da tempo che lo slogan corre, si può constatare molto facilmente quanto sia bugiardo. […] Anche le scuole e le famiglie e le società e le istituzioni migliori del mondo, in fatto di educazione dell’infanzia, hanno dovuto verifi care come, una volta adulti, quei bambini allevati nei modi migliori, fi nivano per accettare un mondo che invece di migliorare andava peggiorando e ferinizzandosi e farsi da adulti non meno egoisti e cattivi dei loro nonni e genitori. Conosco bene l’Italia: forse che gli adulti emiliani di sinistra, cresciuti da bambini in asili e scuole modello, considerati allora tra i più belli del mondo, sono davvero migliori di quelli brianzoli e leghisti, o veneti, o calabresi, o siciliani? […]” 7.

Dobbiamo abbandonare i luoghi comuni, concentrarci sulla riaffermazione dei diritti: i diritti dei bambini, degli educatori, dei genitori. Una carta per tre diritti 8, di Loris Malaguzzi, riassume oggi una pregnanza rinnovata perché solo dal contemporaneo svilupparsi e sostenersi di diritti e del ben-essere degli adulti conseguono il ben-essere e i diritti dei bambini e delle bambine.
Dobbiamo con onestà e semplicità rimetterci in gioco perché la partita è pesante. C’è un percorso di decine di anni di progresso civile che rischia di essere travolto.
Il restare ancorati alle certezze spicciole del punto di vista privato, della sicurezza del proprio (legittimo) piccolo privilegio, ci farà assistere al triste spettacolo per cui verrà buttato il bambino e a noi rimarrà l’acqua sporca.

 


 

 

1 L. Monti, La lotta di classe in classe, in “Gli asini”, anno 2, luglio 2012.
2 L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari, 2012.
3 Sulle ignobili e nefande conseguenze dell’applicazione di un generalizzato sistema di welfare nel sociale abbiamo già pubblicato la ricerca transnazionale della Fondazione Bertelsmann: P. Moss, Mercato e sperimentalismo democratico, in “Bambini in Europa”, n. 4/novembre 2008.
4 Cfr. www.INETeconomics.org.
5 A proposito di “pubblico e privato” rinviamo agli articoli di G. Fofi e di U. Galimberti pubblicati sul nostro blog: bambinizerosei.blogspot.it
6 Cfr. “Bambini” n. 4/aprile 2012, pp. 6-7.
7 G. Fofi , Salvare gli innocenti, La Meridiana, Molfetta (Ba), 2012.
8 L. Malaguzzi, Una carta per tre diritti, I diritti dei bambini, degli insegnanti, dei genitori, Comune di Reggio Emilia, 1995.