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La scuola insegni la “Scuola”
Editoriale


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Autore: Ferruccio Cremaschi
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Si pone oggi un obiettivo molto preciso. Si tratta di risolvere con coraggio delle questioni fondamentali, di affrontare problemi per troppo tempo nascosti sotto il tappeto, come il tempo scolastico, la formazione degli insegnanti, la priorità dell’educazione, la revisione dei programmi… Si tratta di ricostruire questo edificio su fondamenta solide se vogliamo il successo di tutti i ragazzi, dobbiamo ripensare che cosa intendiamo per “successo”, rivedere il rapporto docenti/allievi, il gruppo classe, rinnovare le pedagogie…

(Vincent Peillon)

A volte, per riflettere sulle situazioni in cui si vive, è più significativo buttare lo sguardo altrove e indirizzare la riflessione verso un contesto diverso che presenti le opportune similitudini. Nel nostro caso, proviamo a ragionare sulla situazione italiana traendo spunto dalle discussioni sollevate in Francia dalle dichiarazioni rilasciate dal nuovo Ministro per l’Educazione Vincent Peillon in occasione dell’apertura dell’anno scolastico.
La Francia, dopo anni di governo della destra, si pone il problema di una“rifondazione” della scuola e del sistema educativo: “l’obiettivo della rifondazione è di cambiare la scuola per rendere possibile il successo scolastico per tutti i ragazzi”.
La premessa del Ministro riguarda il metodo stesso di lavoro: il sistema educativo è un unico grande edificio e la regola è che tutti gli abitanti di questo edificio, a prescindere da ruoli, funzioni e gerarchie, devono operare in un’ottica di scambio e di cooperazione. Non esistono direttive miracolose, non c’è una cinghia di trasmissione dal Gabinetto del Ministro all’aula, ogni insegnante gode di dignità e di responsabilità. È nella sezione, nella classe, nel rapporto con il singolo bambino che si elabora, si definisce, si articola l’azione educativa, si sviluppa il processo di apprendimento e di crescita.


La priorità assoluta individuata è quella della formazione. “La formazione continua è essenziale nella carriera di un insegnante per tenersi aggiornato sugli sviluppi della ricerca e per arricchire le sue competenze pedagogiche. [...] Ma dobbiamo anche tener conto che la rifondazione di una seria formazione professionale richiede un numero elevato di sostituzioni. E in questo momento dobbiamo, con 60.000 posti in più derivanti dalle nuove assunzioni, assicurare l’accesso ai bambini con meno di 3 anni, attivare il maestro aggiuntivo (più insegnanti che classi), sostenere le aree di disagio e rafforzare le fi gure di sostegno. Ma dobbiamo soprattutto – è questa una priorità assoluta – ricostruire una formazione iniziale degna di questo nome”.
La scuola insegni la “Scuola” Sulla formazione, in particolare, si è accesa la discussione e sono fi orite proposte. Il progetto ministeriale prevede il sostegno alla formazione da parte delle università, con una forte partecipazione dei docenti in servizio che porterebbero la loro esperienza come strumento di crescita per i nuovi ammessi.
Di fronte alla difficoltà di reperire risorse e di individuare formatori, c’è chi lancia il progetto di un grande impegno nazionale per una grande università popolare (“d’autunno, di primavera o d’estate”) su una base di volontariato che coinvolga tutti gli attori del sistema scolastico così da dar vita a una dinamica di rinnovamento su tutto il territorio.
Sarebbero chiamati a partecipare a questa impresa tutti i soggetti di cultura: i musei, le biblioteche, i centri di ricerca. La rifondazione della formazione dei docenti diventa un impegno nazionale che coinvolge tutte le forze culturali.


Tema di altrettanta importanza appare essere quello dei ritmi scolastici: “Io voglio che ripensiamo l’anno scolastico, la settimana, la giornata. È necessario che ci sia una vera evoluzione e non solo dei piccoli aggiustamenti marginali, se vogliamo rendere un vero servizio ai ragazzi. Dobbiamo lottare contro una forma di cinismo (che vorrebbe che nulla mai cambiasse perché è tutto troppo complicato) e tenere sempre in evidenza l’interesse dei bambini”.
Certamente il tempo è un elemento rilevante, ma resta sempre una variabile tra tante altre e non è separabile dalla natura delle attività che vengono sviluppate. Si può avere un tempo scolastico perfettamente concepito – conforme a tutte le esigenze della cronobiologia – e nello stesso tempo perfettamente vuoto o per nulla vivibile e vissuto. Separare la questione dei ritmi da quella dei contenuti e dei metodi conduce all’impasse. La soluzione innovativa sta nel lavorare per progetti e in partenariato con altre figure professionali (atelieristi, animatori ecc.) per mettere i bambini in contatto e in rapporto con una cultura viva.

Ma il nodo centrale che si pone di fronte a ogni progetto di innovazione o rifondazione, parte dall’identificazione dei problemi veri con cui deve confrontarsi oggi l’educazione. Nella discussione sono emersi due elementi particolarmente rilevanti: da una parte una forma di disinstituzionalizzazione galoppante, e dall’altra parte una crescita esasperata dell’individualismo.
Il sistema resiste ancora solo perché l’identificazione delle persone – educatori, insegnanti, dirigenti – con il loro ruolo e l’impegno personale compensano e si sostituiscono al deficit istituzionale.
C’è una perdita del senso dei saperi e della scuola facilmente constatabile. Come ritrovare il gusto di apprendere in una società composta da traiettorie individuali oltretutto segmentate in competenze strettamente tecniche? Fare della scuola un vero luogo di cultura non sarà facile, ma è un impegno essenziale per lottare contro l’utilitarismo individuale che la sta corrodendo.
La risposta che il Ministro Peillon propone è nella sfida ad affermare una “morale laica”. Egli si augura che, in una società parcellizzata dove domina l’individualismo sociale, la Scuola (l’Educazione) sappia assumere dei valori che garantiscano un futuro comune. La morale è già una costituente essenziale della scuola: si manifesta nel modo di orientare e di selezionare i ragazzi, come nel modo di motivarli o punirli. È già nello statuto del rispetto delle posizioni, delle parole degli uni e degli altri, emerge ogni volta che si privilegia l’esigenza della precisione, della giustizia, della verità piuttosto che l’argomentazione dell’autorità o della violenza…
Non si tratta di istituire nuove discipline o attivare insegnamenti particolari: è suffi ciente che la scuola insegni per prima cosa“la Scuola”. La scuola è “apprendere insieme” e“emanciparsi attraverso il sapere”. Ci insegna che dobbiamo “decentrarci” continuamente per affrancarci dal narcisismo e dall’egocentrismo così da poter prendere in considerazione l’ambiente, il quartiere, le altre città e gli altri Paesi, le altre storie e le altre lingue… per costruire un pianeta unito e adottare un “principio di responsabilità” assunto collettivamente.


Tra le voci che si sono sollevate in maniera più decisa spicca quella di Philippe Meirieu, che lancia una pressante esortazione non solo alla politica, ma a tutti i cittadini: “Credo che la rifondazione della Scuola non sarà veramente possibile se non si inserisce in una rifl essione e in un approccio educativo più articolati e globali. Ciò che rende diffi cile educare oggi, non è soltanto il cattivo funzionamento o la fragilità dell’istituzione scolastica, ma è lo statuto stesso dell’educazione e lo statuto dell’infanzia - in tutte le sue dimensioni – all’interno della nostra società.
È un impegno che deve coinvolgere non solo il Ministero preposto all’educazione, ma tutto il Governo, è un problema che investe l’educazione famigliare e il sostegno alla genitorialità, che coinvolge il problema dei programmi televisivi e dei media sul carattere spesso tossico dal punto di vista educativo dei programmi offerti, che rimette in discussione il rapporto con gli Enti locali che non possono essere ridotti alla funzione di bancomat
”.


Sono i momenti in cui in Italia si ragiona di programmi elettorali, di prospettive di Governo, in sostanza di futuro. Potrebbero queste rifl essioni offrire qualche spunto per l’avvio di un manifesto sull’educazione che ispiri le forze che si candidano a governare?
Può essere un contributo modesto, ma è un invito a pensare all’educazione e alla cultura in una forma di partecipazione condivisa, e quindi un invito a pensare al nostro futuro comune.