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Autore: Ferruccio Cremaschi
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Abbiamo ricevuto una lettera con gli auguri per l’anno nuovo. Ce la manda un collega (un amico) che ha scritto per qualche tempo sulla Rivista. Lavorava in un nido dell’Azienda speciale farmaceutica di un Comune di dimensioni medio-grandi. Qualche mese fa, in Comune si sono accorti che l’Azienda non poteva gestire un nido. Hanno provato in tutti i modi a chiuderlo, hanno cercato di “convincere” gli educatori ad andarsene spontaneamente.
Hanno sperimentato l’accanimento terapeutico in senso inverso per raggiungere una “morte assistita” del servizio.
Alla fine ci sono riusciti ma solo in parte. Il nido c’è ancora, sopravvissuto alle devastazioni, alcune educatrici sono ancora lì. Altri, come il nostro amico, hanno scelto di andarsene.
È una storia privata? Non ha interesse in mezzo ai tanti problemi e alle tante lotte che segnano la sopravvivenza dei servizi?
Forse si presta a qualche riflessione che vada al di là dell’immediato.
Può non essere una storia di fuga, ma uno squarcio nel buio che aiuta a guardare avanti.
Ma leggiamo la lettera.

Buon giorno e buon anno a tutti!
Come state? Io, dopo le vicissitudini che vi ho narrato nel corso del nostro ultimo incontro presso i vostri uffici a Bergamo, ho fatto un po’ di strada...
Ho detto addio, a mio modo e non certo con allegria, a un posto di lavoro che mi piaceva molto ma che era ora di lasciare e ho trovato un altro posto dove provare a credere ancora profondamente nel mio lavoro. Come molte persone che vivono nel nostro Paese, ho provato a spiare cosa succedeva fuori dai nostri confini e...
Sono appena arrivato in Germania insieme alla mia famiglia.
Ho trovato un posto di lavoro a Monaco di Baviera. Qui, un gruppo di genitori italo-tedeschi ha letto il mio curricolo, ha valutato la mia storia professionale e, nel luglio 2012, ha ritenuto che io facessi al caso loro. Cercavano un educatore per il loro kindergarten e io cercavo un lavoro per poter far crescere mio fi glio che tra pochi giorni compirà 2 anni. Così, tra luglio e agosto, insieme ad alcuni genitori di questo posto, ho iniziato a cercare casa qui a Monaco, ho provato a far crescere questa opportunità e a seminare perché divenisse realtà...
Ho iniziato a lavorare a settembre e fatico ancora a lasciarmi alle spalle le scorie e le pesantezze del mio vecchio posto di lavoro.
La politica che si intromette soltanto e puramente per questioni legate al denaro, la svogliatezza e la pesantezza di mesi passati comunque a lavorare ma senza alcuna certezza per il futuro, la diffi coltà dell’essere gruppo di lavoro unito nonostante ci “obbligassero” a “massacrarci” tra di noi.
Qui a Monaco è possibile che un gruppo di genitori si unisca, decida cosa vuole fare e possa dare vita al suo sogno. Possa creare una realtà da gestire e nella quale credere, da accudire perché cresca insieme ai propri fi gli. E le istituzioni, per quel poco che ad oggi ne so, non cercano di mettere i bastoni tra le ruote, ma sostengono queste iniziative perché hanno bisogno di gente che lavori e che lo faccia bene, perché forse credono veramente nella famiglia, oppure semplicemente perché, forse, fanno il loro compito. Amministrare la cosa pubblica e non “prendere per i fondelli” i cittadini. Sembra incredibili parlare di servizi pubblici in Germania. Eppure è così!
Noi del team vorremmo abbonarci alla rivista Bambini! E se siete curiosi di sapere cosa facciamo, saremo ben lieti di fare due chiacchiere insieme a voi.
Io vi saluto caramente, vi auguro un buon 2013 e vi ringrazio ancora per la stupenda possibilità che mi avete dato quando avete pubblicato i miei lavori e le mie “fatiche”!

La Germania è un altro mondo rispetto all’Italia, maè sempre l’Europa. Fa parte di quell’Europa che ci viene agitata da tempo davanti agli occhi come la giustificazione a manovre su cui non è concesso interloquire.
Abbiamo presa per buona questa Europa dalle forbici grandi e feroci.
Ma vediamo anche un’altra Europa: un mondo di civile convivenza, di cittadinanza attiva e responsabile, di rispetto tra e per i cittadini. La lettera ci racconta una vicenda usuale: un gruppo di cittadini sente un bisogno, si mette assieme, si organizza e, nel rispetto delle regole trova una risposta. Non contro il pubblico, non pietendo l’aiuto del pubblico, ma insieme alla collettività.
Un’iniziativa di questo tipo in Germania è realizzabile con un contributo pubblico che copre quasi completamente i costi.
E gli uffici dell’Ente locale collaborano a trovare i locali idonei e a facilitare tutte le procedure. Gli educatori, scelti dal comitato di gestione dell’istituzione, sono assunti dall’ente pubblico e garantiti nel rispetto dei contratti.
A fronte di questo ci sono le regole: c’è una pianificazione sul territorio, c’è la clausola che siano direttamente gli utenti a farsi imprenditori del loro servizio, c’è la richiesta di partecipazione intensa e matura (nella gestione economica, nella progettazione educativa, nella gestione quotidiana della manutenzione, delle pulizie, della cucina, quando serve). E c’è un controllo “vero”, completo, attento. Non è un controllo solo su come vengono spesi i soldi della collettività (e questo già nonè poco), ma c’è un controllo che il servizio sia di qualità, che ci si impegni e si garantisca la crescita di cittadini competenti, autonomi, pieni di iniziativa.
Non c’è delega a un sistema e a una società che può solo riprodurre i modelli del passato o funzionali alla propria riproduzione e perpetuazione. C’è la possibilità, la speranza, l’impegno a garantire ai propri figli l’educazione ritenuta più consona, a costruire per loro la società in cui sogniamo di vivere.

Siamo in periodo elettorale. Da più parti viene proclamato che è un momento di scelte cruciali. Ma l’educazioneè assente dai programmi e dai dibattiti. Come è assente il tema di una socialità da ricostruire, di una cittadinanza da riportare al centro della vita civile.
Abbiamo certamente bisogno di una normativa nazionale e regionale che stabilisca i punti di riferimento, che dia le linee su cui intendiamo muoverci tutti insieme, che definisca i principi e gli standard essenziali. E già su questo aspetto abbiamo un grosso percorso da sviluppare:
• ci manca da trent’anni una legge per il nido (oltretutto, oggi non basta più come intervento isolato, deve essere una legge almeno “zero-sei” se non addirittura una legge che contempli in modo organico tutta l’istruzione primaria dalla nascita all’acquisizione delle competenze formali);
• ci manca un riordino serio dei percorsi di formazione che tengano conto delle competenze richieste all’educatore, ma che vedono anche la possibilità di una progressione di carriera, di una professione che nel tempo possa modifi carsi rispondendo anche alle esigenze personali del lavoratore (più spesso della lavoratrice) che non sia “condannato” per tutta la vita a operare in quella tipologia di servizio o in quell’ordine di scuola, ma che possa muoversi (e non solo passando dai piccoli ai più grandi, ma anche in un percorso che possa essere di andata e ritorno perché è pur sempre possibile che a un certo punto della professione, e della vita, ritorni la nostalgia di lavorare di nuovo con i più piccoli portandoci dietro esperienze, competenze, pezzi di vita…);
• ci manca una visione organica dei bisogni e delle risposte all’altezza dei tempi. Abbiamo costruito dei servizi educativi (nido e scuola dell’infanzia) di alta qualità, che rispondevano alle esigenze di una società in forte sviluppo, con la necessità di sostenere un’occupazione femminile basata su orari rigidi, con un padre assente, con un bisogno di far circolare e crescere l’istruzione. Oggi la società è diversa.
I tempi e il lavoro non sono rigidi, dalle famiglie sono richieste altre modalità di sostegno, non è più certo che sia l’uomo a lavorare fuori casa e la donna a occuparsi esclusivamente dei figli, il problema della cultura non è più quello di comunicare nozioni, ma piuttosto di selezionare e organizzare le informazioni presenti.
Già questi aspetti aprono una serie di piste su cui lavorare e interloquire con chi dovrà governare il nostro Paese.

Ma siamo ancora nel campo della delega, dell’affidarsi alle regole e alle decisioni (competenti) ma esterne al nostro vivere. Ci vuole uno scatto d’orgoglio, un atteggiamento mentale “rivoluzionario” verso l’esistente, che non può essere dato per scontato.
Dobbiamo chiederci, mettere in discussione, esigere che cambino le incrostazioni di piccolo privilegio che irrigidiscono ogni ambito della vita collettiva.
In Europa, l’Italia è famosa per avere leggi assolutamente all’avanguardia in campo di educazione. È più discutibile il come queste leggi vengano applicate e permettano di raggiungere l’obiettivo prefissato. Sicuramente uno dei problemi è la rigidità dell’applicazione, la scarsa adattabilità dei modelli alle esigenze reali, l’incapacità di modificarsi per dare risposte hic et nunc.
Da noi esiste una rigidità sindacale che rende impervia qualsiasi innovazione: un’educatrice di nido (pur facendo riferimenti a cinque/sei contratti collettivi diversi) ha un orario di lavoro assolutamente diverso da un’insegnante di scuola dell’infanzia (e spesso si trovano a operare fianco a fianco con le stesse mansioni nelle “sezioni primavera”). Un’educatrice di nido non ha titolo per lavorare nella scuola dell’infanzia e spesso vale anche l’inverso. Una grande tutela verrebbe da dire. Ma poi incontri insegnanti o educatrici assunte in scuole statali con contratti di collaborazione, con contratti a progetto, senza tutela.
In Francia (Paese che non gode della stessa fama dell’Italia in campo di servizi dell’infanzia) si possono incontrare nello stesso servizio “pubblico” anche nove figure diverse per titolo professionale e qualifica, che lavorano tutte insieme, che hanno contratti rigorosamente regolari, che lavorano con orari funzionali al tipo di servizio in cui operano.
Possiamo rifiutare di continuare ad accettare queste logiche e inserirci negli spazi di libertà che ancora ci sono per provare a costruire qualcosa di diverso? Vogliamo tentare di difender i “beni comuni”, non solo quelli materiali come l’acqua, la terra, ma soprattutto quelli immateriali e tanto più vitali come l’educazione e il futuro dei nostri fi gli? Riusciamo a rimettere in vita un movimento articolato in gruppi, associazioni, cooperative fatto di gente viva che crede nel suo futuro?
Possiamo evitare di diventare un popolo di emigranti alla ricerca di quella libertà che non siamo capaci di conquistarci in casa nostra?