Redazione
Abbonamenti
Ultimi numeri
Servizio Clienti
Contattaci

Privacy Policy
Al cuore dei problemi
Editoriale


Invialo ad un amico
Torna
 
Autore: Ferruccio Cremaschi
Prezzo Download gratuito

Scaricalo Gratis

Non occorre molto ingegno per vedere chiaramente
quello che si ha sotto il naso, ma ce ne vuole parecchio
per sapere in che direzione puntare quell’organo.

                                                                         
Wystan Hugh Auden, Saggi

Quando parliamo di servizi per l’infanzia i problemi sono arcinoti. Il Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia (sezione Lazio) ha diffuso un appello rappresentando la situazione.

“Ancor troppo pochi bambini possono fruire di un nido e ancor oggi non tutti trovano accoglienza in una scuola dell’infanzia. Esiste anche una questione meridionale per quanto riguarda il diritto dei più piccoli all’educazione.
La crisi economica e i tagli della spesa pubblica hanno già colpito e rischiano di colpire ulteriormente i servizi educativi, pregiudicano la possibilità di estenderli per rispondere alle sempre maggiori richieste delle famiglie e mettono a rischio le condizioni fondamentali per la loro sempre maggiore qualificazione.
Assistiamo a un continuo aggravarsi della situazione:

1. il patto di stabilità interna impedisce agli Enti Locali di assumere personale educativo e insegnante per sostituire il turn over dei pensionamenti e i vuoti nell’organico;

2. la crisi economica e finanziaria indebolisce il governo del sistema di servizi da parte degli Enti locali svalutando il ruolo fondamentale dei servizi per l’infanzia pubblici e costringendo i servizi gestiti da privati a un umiliante ruolo di sussidiarietà a basso costo;

3. le lunghe liste di attesa anche per la scuola dell’infanzia, persino nelle regioni ove storicamente si è sempre data una migliore risposta alla richiesta delle famiglie, per mancanza di istituzione di nuove strutture e sezioni;

4. i molti servizi nati negli ultimi anni che non soddisfano criteri di professionalità e adeguatezza educativa nel rispetto dei diritti e dei bisogni dei bambini e delle loro famiglie (servizi domiciliari con poche ore di formazione e assenza di titolo di studio specifico, baby parking, nidi parrocchiali affidati a volontari senza specifico titolo di studio ecc.);

5. il mancato superamento del divario Nord/Sud nell’offerta educativa alla fascia di bambini 0-6 anni (non si ha ancora notizia dei criteri di riparto e della definizione di linee guida per l’assegnazione dei fondi europei dedicati a quattro regioni meridionali, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia)”


È un’analisi condivisa, da cui dobbiamo partire con delle proposte concrete e sostenibili.

Siamo all’inizio di una legislatura che dovrà affrontare molti e gravi problemi per risollevare l’Italia e ridare una prospettiva serena al nostro futuro.
Le situazioni di emergenza sono molte, ma vorremmo evitare che il tema dell’educazione, dei servizi per l’infanzia, della scuola, figurassero per l’ennesima volta nelle questioni di serie B.
Abbiamo ripetuto fino alla noia che anche da un punto di vista strettamente economico, investire sull’educazione è la strategia vincente che può veramente ribaltare la tendenza dello sviluppo e spezzare la spirale dell’esclusione e della povertà.
Dobbiamo far sentire una voce forte e unitaria: chiedere che nell’agenda del governo centrale e dei governi regionali l’infanzia figuri nei primi posti e che da subito si avvii la discussione su un intervento complessivo, organico, innovativo. Siamo stanchi di toppe e rattoppi, di navigazione a vista. Serve uno sguardo nuovo, di ampie prospettive.
Nell’appello del Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia si chiede alle forze politiche di assumere impegni precisi:

• predisporre nuove normative per garantire la qualità dei servizi che accolgono i bambini piccoli riconoscendo il valore educativo del nido e il suo carattere di servizio d’interesse generale e non a domanda individuale;
• togliere dal patto di stabilità tutti i servizi educativi;
• destinare risorse adeguate a estendere e consolidare la rete dei servizi e scuole per l’infanzia;
• realizzare un quadro di riforma dei servizi educativi per i bambini da 0 a 6 anni, che renda reale il diritto a tutte le bambine e i bambini alla cura, al gioco e all’educazione”.
Sono obiettivi minimi, nel segno della ragionevolezza e della concretezza, ma forse serve uno sguardo più ampio.

Proviamo a segnare qualche punto di discussione che vorremmo entrasse nel dibattito generale e su cui invitiamo anche i nostri lettori a pronunciarsi.

Individuiamo alcuni punti di discussione per aprire rapidamente un confronto serrato, per passare a proposte su cui impegnare le forze politiche e tutte le forze sociali disponibili al confronto.

• Una legge quadro sull’educazione da 0 a 18 anni che riconosca dalla nascita il diritto all’educazione e all’istruzione e che di conseguenza assuma, tra le responsabilità della collettività, la garanzia dell’accesso ai servizi educativi fin dalla nascita (con tutte le flessibilità legate all’età) togliendo il nido dai servizi a domanda individuale, definendo Orientamenti pedagogici in continuità, da 0 a 18 anni (ogni ordine di scuola potrà avere i suoi specifici programmi, ma la visione deve essere unitaria e rispettosa di un approccio olistico alla persona in crescita).
• Una riorganizzazione delle competenze in materia con il decentramento della titolarità dei servizi almeno per lo 0-6 in capo alle Regioni e agli Enti locali. Non è solo questione di dare corpo al federalismo, ma è anche in linea con l’idea tanto sbandierata negli ultimi lustri della sussidiarietà (in senso verticale in questo caso). La vicinanza alle esigenze del territorio, alle differenze di clima, di calendario (l’Italia è lunga e vivere in Calabria non ha lo stesso ritmo del vivere in Alto Adige), all’economia e al calendario del lavoro richiedono anche una flessibilità e un’adattabilità alle esigenze locali che non hanno riscontro in una direzione centralizzata.
• Lo Stato centrale deve assumere in questo panorama un ruolo di garante e controllore (come già avviene nella maggior parte dei Paesi europei). Deve dotarsi di un qualificato ed efficiente corpo ispettivo con poteri di intervento per verificare la corretta destinazione delle risorse, l’impiego efficace, il rispetto degli standard di qualità.
• Con la sicurezza di un controllo serio, si possono trasferire non solo le competenze, ma tutte le risorse di personale, di strutture di spesa dai Ministeri alle Regioni. È già stato fatto con le Provincie autonome. Verifichiamo l’esperienza e miglioriamo le procedure. Ma si può fare.
• C’è un problema di personale: quello già dipendente dalla Pubblica Amministrazione, può essere trasferito mantenendo lo status e i contratti in essere, ma a esaurimento. In un disegno aperto, rivolto al futuro va anche discusso e concordato un nuovo contratto che coinvolga tutto il personale educativo, riconoscendone il ruolo (anche a livello economico), ripensando all’orario di lavoro (non è vero che meno ore rendono sempre il lavoro meno gravoso, serve il tempo adeguato per sviluppare in modo disteso il proprio ruolo, senza corse, senza affanni, senza ansie). È un problema che investe anche l’edilizia scolastica: si devono prevedere spazi per i professionisti, uffici e studi dove l’educatore possa lavorare, studiare, abitare nel suo tempo di lavoro). Dobbiamo pensare a un contratto unico per tutti gli educatori, chiunque sia il datore di lavoro (pubblico, privato, no profit, cooperativo...).
L’elemento discriminante è la funzione, non il gestore: a parità di ruolo e di funzione parità di diritti. È chiedere troppo ai Sindacati e alle forze politiche?

È un problema di dignità. Dobbiamo uscire dal retaggio di considerare l’educatore, la maestra, la docente una professionista di ripiego, un ruolo che è al confi ne con la “casalinghitudine”.
L’educatrice e l’educatore hanno nelle loro mani il nostro futuro, crescono l’investimento più delicato che la nostra società con sempre più fatica e in maniera sempre più risicata sta facendo: bambini e bambine che saranno i prossimi cittadini/e. Ricerche internazionali evidenziano che un bravo docente influisce non solo sul risultato scolastico, ma condiziona anche fattori sociali apparentemente lontani.
In sintesi investire sugli educatori è un buon investimento per la società.
Sta a noi riprenderci l’orgoglio di una professione su cui si gioca il futuro dell’Italia.