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Il futuro dei bambini è nel presente
Editoriale


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Autore: Philippe Meirieu Professore di Scienze dell’educazione, Università Lumière Lione II e Ferruccio Cremaschi
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I problemi sono tanti e complessi: eppure
noi siamo convinti che la scuola dell’infanzia,
nell’attuale momento storico, costituisca
un’area di intervento e di effettive possibilità
di mutazione in qualche modo privilegiate
(Loris Malaguzzi, 1971)

La scuola dell’infanzia da lungo tempo è stata considerata, a buon titolo, come uno dei migliori gioielli del sistema educativo. E, in effetti, si può vantare di risultati eccezionali. Sostenuta da insegnanti profondamente impegnati in un approccio repubblicano di democratizzazione dell’accesso ai saperi, ha sviluppato pratiche innovative, in grado di migliorare l’inserimento e gli apprendimenti di tutti i bambini e le bambine. Ha sviluppato modelli pedagogici che, oggi, sono utilizzati ben oltre il settore dell’educazione dell’infanzia. Ha dato occasione a ricerche rigorose che hanno permesso di validare, ma anche di migliorare il lavoro quotidiano. Molto più che negli altri livelli dell’istituzione scolastica, qui possiamo trovare degli operatori e delle operatrici impegnati in lavori di riflessione individuali o collettivi. Dappertutto in Europa e altrove, ci invidiano questa scuola e le più recenti raccomandazioni dell’OCSE invitano a ispirarsi ai risultati ottenuti in questo settore.
Tuttavia la scuola dell’infanzia […] è in pericolo. Certamente, gli attacchi più violenti e paradossali, sono stati neutralizzati, e anche ribaltati. Ma è stato fatto un grande danno: dei panflettisti senza scrupoli, degli universitari troppo staccati dal terreno pratico, dei parlamentari poco interessati a valutare obiettivamente quello che succede nelle nostre scuole dell’infanzia hanno seminato il dubbio. Il sospetto è diffuso, come lo è la tristezza, la vera e propria sofferenza, delle insegnanti e degli insegnanti che si sentono disprezzati, che vedono negato il loro ruolo di fondatori.

Questo grido d’allarme viene da un Paese a noi vicino (abbiamo tagliato nel testo la parola francese, quando si citava la scuola dell’infanzia per non allontanare subito la riflessione dalla nostra situazione). La lanciava, già qualche anno fa, Philippe Meirieu commentando le iniziative di riforma sostenute dalle forze politiche che sono riuscite a distruggere un modello di scuola all’eccellenza da molti decenni.
Da noi stanno provando a provocare quello che in Francia è già successo; con l’idea di migliorare il sistema complessivo e di elevare il livello di formazione degli insegnanti, si è ottenuto di svilire i livelli di eccellenza dell’école maternelle allineandola al livello degli altri gradi dell’istruzione senza ottenere il benché minimo progresso nella scuola primaria e secondaria. In sostanza l’intervento è riuscito ad allineare al ribasso il sistema.

Perché ci interessiamo della Francia? È presto detto: siamo in una situazione molto simile e spesso i percorsi nei due Paesi sono affini. Anche in Italia abbiamo una situazione d’eccellenza dei servizi per l’infanzia che vantano punte di qualità molto più alte che nel resto del sistema dell’istruzione. La situazione da noi è ancora più avanzata che in Francia, grazie alla presenza di un sistema “Nido” con standard di qualità molto più elevati che nel resto d’Europa, che connota la qualità dello “zerosei”. Ma anche in Italia questa fascia, nonostante i riconoscimenti internazionali e le affermazioni generiche di principio, è pesantemente sotto attacco. Periodicamente, in maniera subdolamente ricorrente si fa avanti la proposta di tagliare un anno nella fascia di educazione zerosei, di anticipare l’obbligo alla scuola primaria. Tutto questo senza mai una riflessione pedagogica attenta di sistema, che valuti l’impianto generale a partire dal bambino, a partire cioè dalla centralità di tutto il progetto.
La scuola non vive per se stessa, ma per sostenere lo sviluppo e la crescita dei bambini e delle bambine che si preparano a diventare cittadini protagonisti e competenti.
Siamo costantemente alla mercé di apprendisti stregoni che si dilettano di ingegneria istituzionale, tagliando un anno qui piuttosto che là, attenti solo a evitare di toccare situazioni di piccolo potere o, che è il risvolto della stessa medaglia, intaccare situazioni di rendita sindacalmente ben tutelate.

Certamente la scuola dell’infanzia non è perfetta. Ma, è ben chiaro che nessuno rivendica questa perfezione: chiunque sa bene che resta molto da fare per raccogliere le sfida di una educazione democratica e esigente in una società che fa del bambino un “re” soltanto per esaltare i suoi capricci e alimentare consumismo e mercati. D’altra parte come possiamo, a questo punto, ignorare gli sforzi di un’istituzione che ha saputo guadagnarsi la confidenza delle famiglie, dotarsi di strumenti di riflessione associativa senza eguali e rimettersi regolarmente in questione, quando, altrimenti, nel
nostro sistema lasciamo vagare coorti di alunni indifferenziati senza che nessuno li segua o li accompagni in maniera adeguata? Perché questo accanimento contro i servizi per l’infanzia? Quali sono quei vecchi demoni che ricompaiono oggi, sotto pretesti diversi, per negare ai bambini fino a 5 anni di entrare in un percorso di vero apprendimento? Di fatto non c’è niente di nuovo: l’ignoranza nasce sempre dal fatto che, secondo la celebre affermazione di Freud: “Il bambino è il padre dell’uomo”.
Il disprezzo esibito per le “cose del corpo” in cui il bambino sarebbe invischiato e che sappiamo sono proprio quelle determinanti per il suo sviluppo. La sfiducia nei confronti del gioco sotto tutte le sue forme, quando, giustamente, i classici “bravi alunni” sono in grado di trovare un piacere ludico negli esercizi più ingrati. La colpevolizzazione dei genitori etichettati come rinunciatari, quando sono semplicemente sprovveduti e che vengono condannati a farsi carico da soli della responsabilità dell’educazione dei loro figli in un’età dove si giocano tante di quelle possibilità […] e, più di tutto, l’odio per la pedagogia!
Perché – non abbiamo alcun dubbio – se gli attacchi sono così violenti, è per il fatto che questi servizi sono gli unici che prendono la pedagogia sul serio. La pedagogia come impegno minuzioso e ostinato per lottare contro tutte le fatalità: fatalità sociali e famigliari, fatalità psicologiche e cosmologiche … tutte le fatalità che si riempiono la bocca con “qui c’è…” per lasciar funzionare meglio il più terribile darwinismo educativo dove solo i più adattati sopravvivono!

In qualche modo, forse un po’ controverso e burrascoso, si sta aprendo una legislatura dalla durata incerta, ma che non può esimersi dal farsi carico di una “rianimazione” del sistema educativo e scolastico che esce stremato dagli attacchi e dalla trascuratezza cui l’ignoranza degli ultimi governi l’ha sottoposto. Ci sono molte questioni importanti sul tavolo e molte questioni che sono state caricate di valori e significati ben più rilevanti del loro reale valore. Siamo convinti che il tema dell’educazione debba rientrare tra le priorità e le urgenze più attuali. Si parla ancora poco (o nulla) di infanzia, di educazione, di futuro. Stranamente non abbiamo ancora assimilato l’idea che il cambiamento reale e significativo della società passa attraverso un cambiamento dei cittadini e che per costruire una società diversa il primo passo è crescere cittadini diversi. Abbiamo bisogno di richiamare l’attenzione su questi aspetti, di portare al centro del dibattito il futuro, la crescita di una generazione di cittadini liberi da condizionamenti, da handicap di qualsiasi tipo.
E questo può avvenire solo portando alla luce il dibattito su quale idea di bambino abbiamo, su quale idea di cittadino desideriamo impegnarci. Solo da lì può nascere una riflessione a proposito di quali siano le strutture e le modalità più adatte per far crescere equilibrio, competenze, cultura.

Ci sono delle iniziative per nuove leggi sulla scuola. I tecnici dei partiti ne stanno discutendo. Se la discussione resta confinata negli uffi ci dei tecnici non ne usciremo, sarà l’ennesimo impianto di ingegneria astratta che procede senza agganci con la vita reale. Dobbiamo avviare una grande consultazione condivisa e vissuta da tutti i protagonisti, dobbiamo mettere in gioco tutti i saperi dando spazio alla concretezza delle esperienze, della pedagogia vissuta, al “sangue e merda” di cui è impastata la vita e che i trattati accademici non sanno riconoscere.
Dobbiamo prendere la parola e pretendere di essere attori protagonisti.

Non lasciamoci impressionare dalla voce tonante di chi deve regolare i conti con la sua infanzia e con l’infanzia in genere alle spalle dei nostri bambini. Non lasciamoci prendere in ostaggio da burocrati miopi, incapaci di visioni a largo respiro. Non lasciamoci rinchiudere negli stereotipi. Osserviamo e ascoltiamo quello che succede nei servizi per l’infanzia. È in gioco l’avvenire. Quello che abbiamo di più prezioso.