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Mamma, tutti hanno un tablet tranne me!
Editoriale


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Autore: Ferruccio Cremaschi
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"Fino a non molto tempo fa, c’era solo la tv, che in teoria poteva rimanere confinata nella stanza dei genitori o chiusa in un armadio. Oggi ci sono gli smartphone e gli iPad, che fanno parte della vita quotidiana delle famiglie. Per gli adulti i passatempi dell’infanzia hanno subito un’allarmante trasformazione in pochissimo tempo. Ma un bambino che oggi ha quattro anni non sa com’era il mondo prima: per lui è sempre stato possibile fare tante cose con un solo dito, e trovare centinaia di giochi in un piccolo oggetto tascabile”.
I bambini che oggi entrano e frequentano nidi e scuole dell’infanzia portano esperienze, domande, comportamenti, competenze che si dispiegano nel quotidiano ed esigono reazioni e risposte immediate.
L’ atteggiamento con cui il mondo adulto si pone è in affanno.
Nel 1999 l’American academy of pediatrics aveva sconsigliato la tv per i bambini al di sotto dei 2 anni, citando alcune ricerche sullo sviluppo del cervello che dimostravano quanto fossero importante per i bambini in quella fascia d’età le “interazioni con i genitori e gli altri adulti che si occupano di loro”.
Nell’ultimo rapporto del 2011 l’associazione ammette che da allora le cose sono cambiate ma continua a sconsigliare l’uso di mezzi passivi e di qualsiasi schermo. Ma nel frattempo si sono diffuse le applicazioni interattive. E il quadro si è di nuovo modificato.
D’altra parte fino a oggi nessun istituto di ricerca ha dimostrato in modo definitivo se il tablet renderà i nostri bambini più intelligenti, ma neanche se brucerà i loro circuiti neuronali.
Quindi cosa dobbiamo fare?

Risale al 2001 la definizione di “nativi digitali” coniata da Marc Prensky per indicare la prima generazione di bambini cresciuti a stretto contatto con i computer, i videogame e altri congegni tecnologici. Ma il termine assume un nuovo significato a partire dall’aprile 2010, quando è uscito sul mercato l’iPad. Prima i bambini dovevano aspettare che fossero i genitori a insegnar loro come usare un mouse o un telecomando, e avevano difficoltà a capire il collegamento tra quello che facevano con la mano e quello che succedeva sullo schermo. Con l’iPad il collegamento è evidente, anche per un bambino. Il touchscreen segue la stessa logica del sonaglino o dei blocchi da costruzione: il bambino tocca e succede qualcosa.
Per i bambini è meno magico di quanto si possa pensare.
Quando sono molto piccoli possiedono quella che la psicologia ha definito la capacità di rappresentazione enattiva: non classificano gli oggetti del mondo con parole e simboli, ma con gesti, per esempio portandosi un bicchiere immaginario alle labbra per far capire che hanno sete. Le loro mani sono il naturale prolungamento dei loro pensieri.

Tutti i nuovi mezzi di comunicazione, poco dopo la loro introduzione, sono stati accusati di essere pericolosi per i bambini. La letteratura scadente avrebbe distrutto i loro principi morali, la tv avrebbe rovinato loro la vista, i videogiochi li avrebbero resi violenti. Tutti sono stati accusati di far perdere ai bambini il tempo che avrebbero potuto sfruttare per imparare la storia, giocare con gli amici o infilare i piedi nella sabbia. La nostra generazione si preoccupa in modo particolare del cervello dei bambini, delle sinapsi inutilizzate che avvizziscono mentre fissano uno schermo.
Tutti si preoccupano del fatto che la tv possa provocare la sindrome da defi citdi attenzione e iperattività, anche se questo timore si basa su ricerche che sono state molto criticate e non corrisponde a nulla di quanto sappiamo su quei disturbi.
Da quando gli schermi sono entrati nelle nostre case, molti osservatori hanno cominciato a temere che potessero renderci stupidi. In realtà lo stato fisiologico di un telespettatore è molto simile a quello di una persona immersa nella lettura di un libro perché durante entrambe le attività siamo tranquilli, concentrati e mentalmente attivi.
Le ricerche di Dan Anderson all’Università del Massachusetts sono giunte alla conclusione che “a partire da due anni e mezzo, quando guardano la tv i bambini sono cognitivamente attivi”. Gli esperimenti di Anderson hanno portato alla conclusione che anche i bambini molto piccoli sono spettatori attenti, che il loro cervello non si spegne, ma si sforza di dare un senso a quello che vede e cerca di trasformarlo in un racconto coerente: “i bambini sono in grado di fare deduzioni e di elaborare informazioni”, “e possono imparare molte cose, sia giuste che sbagliate”.
Ancor più questa considerazione vale nei confronti dei videogiochi: “…i videogiochi non rappresentano, forse, la minaccia sociale che molti temono. Si tratta di sistemi sempre più complessi nei quali il giocatore per avanzare in una partita e per divertirsi deve scambiare continuamente opinioni con i suoi compagni ed è per questo che il gioco diventa spesso il mezzo per entrare e vivere nella comunità dei pari e che, in qualche modo, aiuta a gestire il passaggio dalla comunità familiare a quella sociale”.

Dice l’esperto di educazione e tecnologia Marc Prensky: “La guerra è finita. I nativi digitali hanno vinto”.
La sua filosofia genitoriale è estremamente radicale.
Il suo bambino di 7 anni legge libri, guarda la tv, gioca con le costruzioni e con la Playstation, e lui tratta tutte queste cose nello stesso modo. Non pone nessun limite. A volte suo figlio gioca con una nuova app per ore, ma poi, dice, si stanca.
Viviamo nell’era degli schermi, e dire a un bambino «Sono contento quando leggi un libro ma non mi piace quando guardi quello schermo» è ridicolo. Riflette i nostri pregiudizi. È solo paura del cambiamento, di essere tagliati fuori”.
Questo non vuol dire arrendersi e adeguarsi acriticamente a tutto quello che ci viene proposto. Lisa Guernsey suggerisce di basare le scelte su tre elementi: il contenuto, il contesto e il tipo di bambino. Pone domande del tipo: pensate che il contenuto sia appropriato? Il tempo che passa davanti a uno schermo è “una percentuale relativamente piccola rispetto a quello che passa con voi e interagendo con il mondo reale?”.
Lisa Guernsey consiglia di basare le regole sulle risposte a queste domande, bambino per bambino. E sottolinea quanto sia importante l’atteggiamento dell’adulto (educatore e genitore) nei confronti delle tecnologie. Se pensano che il tempo passato davanti a uno schermo sia come il cibo spazzatura o “come le riviste che si leggono dal parrucchiere”, anche il bambino assumerà quell’atteggiamento e la nevrosi sarà trasmessa alla generazione successiva.

Riflettendo, possiamo dire veramente che un libro è sempre meglio di uno schermo? C’è chi usa i libri per evitare i rapporti sociali, mentre altri bambini usano la Playstation per stare con gli amici.
Ci sono molti elementi di novità, di cambiamento in essere.
Non possiamo recepirli passivamente o fare resistenza. D’altro canto dobbiamo riconoscere la nostra ignoranza. È un mondo diverso, un approccio diverso all’apprendimento.
Se siamo coerenti con il concetto di educazione rispettoso dell’altro, sta a noi sforzarci di conoscere, di capire, di adattarci a un processo diverso.
Abbiamo davanti non più solo il bambino dei cento linguaggi, ma un bambino che parla lingue a noi sconosciute. E su questo terreno siamo chiamati a cimentarci.