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Ecchissenefrega... ma per andare oltre
Editoriale


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Autore: Ferruccio Cremaschi
Argomento: Editoriale
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I testi che seguono provengono da un furto: sono estrapolati dalla corrispondenza interna di un gruppo di educatori impegnati a riflettere sulla situazione dei servizi, sulle prospettive, sul “che fare?” e non erano destinati alla divulgazione e alla pubblicazione. Facciamo una piccola forzatura, schermando i nomi delle persone coinvolte, perché riteniamo che lo spunto di riflessione vada al di là del contingente e del piccolo gruppo che l’ha prodotto e possa appartenere a tutta la platea dei lettori di “Bambini”. Sono due posizioni che sembrano contrastare, ma crediamo possano anche essere riconosciute come aspetti dell’ambivalenza del pensiero che noi tutti nutriamo e viviamo di questi tempi. Di seguito la prima “confessione”. Poi una risposta di getto.

A. Questo pomeriggio ho partecipato alla riunione del gruppo in cui si è trattato il tema del rapporto tra gestore pubblico e privato. Un discorso a me caro e di grande attualità, oggi che il privato, nelle sue diverse forme, sta prendendo sempre più spazio nella gestione dei servizi per la prima infanzia mentre il pubblico lentamente, per volontà o meno dello stesso, sta scomparendo. La sensazione che mi accompagna, al ritorno di questa giornata, è però di forte contraddizione. Da una parte sento il desiderio che spinge a muoversi in modo propositivo, verso altri e nuovi fronti, a discapito delle difficoltà economiche-sociali-culturali, un ritorno alla “Cultura dell’infanzia”, ma dall’altra, accuso uno strano senso di fastidio per l’immobilità, per i discorsi “fuori dal tempo”, una sensazione di lontananza dalla situazione reale, di tornare e guardare indietro quando tutti sono davanti. La sensazione, purtroppo, con la quale sono tornata a casa, è quella di un gruppo che vuole parlare di futuro ma guarda al passato, una nicchia che non tiene conto del “territorio”, della sofferenza economica – vera o presunta – di famiglie, lavoratori e gestori pubblici e privati. Non facciamo i disfattisti ma, interrogandoci sul rapporto tra pubblico e privato, dove collochiamo le numerose dipendenti che lavorano senza contratto nel nostro territorio? Con monte ore notevolmente inferiori rispetto al reale? Che lavorano sottopagate o con un rapporto numerico che sfiora quasi il doppio consentito? Dove collochiamo tutta quella parte di infanzia che cresce lì… lontano dal pensiero condiviso, da un “sentire” legato alla prima infanzia? Che dire di tutte le dipendenti che lavorano in servizi scadenti, ma che pure rappresentano per loro l’unica possibilità di formazione professionale oltre che di lavoro? Come pensare che tra trent’anni quelle stesse persone potranno difendere il diritto del bambino, trovarsi a parlare di cura e di qualità quando, a suo tempo, non ne hanno fatto esperienza? Come pensiamo che possano ragionare-riflettere-diffondere cultura e valori se nel frattempo viene meno la formazione continua, la riflessione… perché troppo costosa! Inoltre, sembra vietato, ancora una volta, parlare contemporaneamente di Infanzia e di Imprenditoria. Perché l’ideologia comune prevede che chi gestisce-progetta-investe in una struttura della prima infanzia non debba dirsi-sentirsi un imprenditore. Si pensa che per guadagnare gestendo servizi per la prima infanzia, si debba necessariamente lavorare male. Peccato che sia necessario fare profitto perché le strutture possano sopravvivere, si finanzino, e magari prevedano anche un fondo economico per affrontare eventuali momenti critici. Ancora troppa rigidità e un panorama immobile teso a guardarsi alle spalle. Certo non bisogna essere disfattisti, ma non essere disfattisti vuol dire guardare in faccia ai problemi reali, perché è solo nel problema che si possono trovare le risorse… incuriosirsi… attivarsi. Forse una possibile risposta a livello territoriale non è tanto rivolgersi alla politica… Troppe volte ho sentito che dobbiamo rivolgerci “in alto”, perché cambino le regole, perché cambi la politica, perché i gestori pubblici comprendano, facciano chiarezza nella normativa… parole sacrosante ma nel frattempo mi chiedo io? Dobbiamo stare a guardare come sempre?… e intanto il tempo passa… Forse una possibile soluzione sarebbe iniziare a muoversi autonomamente. Nonostante le difficoltà economiche! Mettendo in evidenza e connettendo la professionalità “nascosta” nel servizio pubblico, che lì spesso rimane a guardare indietro i bei tempi andati… e intanto lo scollamento procede…

M. Non nego che i problemi citati nel messaggio siano veri, come lo sono mille altri: disinvestimento delle istituzioni, esternalizzazioni selvagge, mercificazione dei servizi... polemicamente aggiungo: ecchissenefrega. Ecco. Ecchissenefrega. Ho deciso, per quanto mi riguarda, che la smetto di mangiarmi il fegato per i franchising, i babyparcheggi, le coop corsare e i Comuni incompetenti. La forza di un gruppo è quella di aggregare soggetti che hanno un’idea di infanzia, che la praticano nel quotidiano, che investono e ci credono. Ed è da qui che viene poi la differenza, la possibilità di rivendicare un ruolo pubblico e una visibilità diversa dei nostri servizi. Non credo che dobbiamo attendere l’intervento salvifico del legislatore ma provare a diventarne un interlocutore credibile e accreditato, questo sì! E in parallelo è necessario lavorare perché nella comunità dei servizi e delle persone che ci lavorano possa emergere la voglia di creare qualcosa, di crescere insieme, di condividere un percorso.

Non c’è ovviamente una risposta pronta, chiara, definita, consolatoria. Ma non è nemmeno una problematica e un tormento nuovo. L’operazione che abbiamo avviato quest’anno, ripresentando in ogni numero un vecchio editoriale di Loris Malaguzzi, ci porta a riconoscere come la vita dei servizi per l’infanzia (oserei dire la vita della nostra società) sia stata costantemente contrassegnata da sofferenze, limiti, contraddizioni, problemi… Oggi probabilmente sono più acuti perché stiamo attraversando un momento di cambiamento radicale. Più volte su “bambini” abbiamo scritto che “niente sarà più come prima”. E veramente sarà così, è già così. La scuola dell’infanzia e il nido, nel momento della loro comparsa erano (o cercavano di essere) la risposta a un preciso bisogno sociale, che passava dal riscatto dalla povertà alla prevenzione sanitaria, all’esigenza di maggiore educazione e cultura. Fondamentalmente l’intervento sull’infanzia, a suo sostegno, per la crescita di una nuova cittadinanza, nasce inevitabilmente all’interno di un modello sociale e risponde alle esigenze di sviluppo di quel modello. Così è sempre stato in Italia. Ma quando il modello sociale va in crisi? Quando saltano i riferimenti? Quando non c’è più un’unica famiglia modello “Mulino Bianco”? Quando non c’è più la fabbrica? Non c’è più il posto fisso, l’orario standard, i certificati di lavoro... Quando per raccogliere informazioni non è più necessaria la scuola, la biblioteca, il libro, il maestro? Quando i bambini arrivano al nido e alla scuola dell’infanzia con competenze digitali ben maggiori degli adulti che debbono accoglierli? Abbiamo già superato un punto di non ritorno e siamo in un mondo nuovo che ancora non conosciamo, che è tutto da esplorare e da costruire. E allora evviva “ecchisenefrega”, non perché ci rifiutiamo di farci carico dei problemi, perché ci ripariamo nel nostro piccolo rifugio difeso dalle incursioni della novità e ci prepariamo a resistere a oltranza come piccoli soldati nipponici nella giungla. “Ecchisenefrega” perché dobbiamo “alzare il tiro” della riflessione, pensare diverso, progettare questo nuovo mondo che ci si apre davanti. Quando pedagogisti precursori hanno avviato l’avventura della scuola dell’infanzia, non si sono fermati a discutere se i modelli di accudimento dei bambini fossero di competenza della pubblica assistenza o della carità privata. Hanno assunto un problema e hanno proposto un’ipotesi di lavoro, rivoluzionaria per l’epoca, che non trovava riferimenti nell’esistente. Il nido è nato sotto il fuoco incrociato di posizioni ideologiche che lo negavano e lo portavano a modello del peggior detrimento per l’infanzia, ma era una novità. Noi ora riflettiamo e discutiamo di un nuovo mondo, di un nuovo modello di società. Oggi partiamo da un ricco patrimonio di competenze, di esperienze, di capacità innovativa e imprenditoriale. Proviamo a concentrarci sul futuro? Proviamo a prefigurarci un modello di società civile, di cittadinanza da trasmettere ai nostri bambini per un mondo migliore di quello in cui siamo vissuti noi? Tutto il resto appartiene al passato. La politica la facciamo noi giorno per giorno. Non è un soggetto terzo, al di fuori di noi. Il futuro è nelle nostre mani e noi dobbiamo forgiarlo. E non c’è nulla di immutevole. Vale sempre il principio: è morto il re, viva il re. Ma in questo caso il re lo scegliamo noi, se vogliamo.