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Rifondare la cittadinanza
Editoriale


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Autore: Ferruccio Cremaschi
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È stato recentemente pubblicato un volume di Guido Tabellini e Andrea Ichino, le cui tesi sono state riprese (anche se non con grande risalto) dalla stampa nazionale. Focus del libro è l’ipotesi di avviare un’esperienza di scuole pubbliche, del tutto fi nanziate dallo Stato, ma gestite in piena autonomia da privati in stretto rapporto con i genitori. Questo sistema non è una novità perché già diffuso nei Paesi del Nord Europa e negli USA e ha maturato esperienze con modelli diversi nell’arco di alcuni decenni (il riferimento è alle free schools e alle charter schools). Le free schools appartengono alla storia della Germania: alcuni gruppi di genitori, dopo l’esperienza del nazismo, hanno scelto di gestire direttamente l’educazione dei propri fi gli dal nido all’accesso alla scuola superiore, rifi utando il modello culturale “unico” della dittatura ma anche l’idea di un’educazione che riproponga il modello della cultura dominante (considerato troppo borghese e consumista), proponendosi la formazione di cittadini sulla base di valori diversi da quelli tradizionalmente proposti. L’Ente pubblico (nel caso tedesco il Land), verifi cato il rispetto degli obiettivi generali fi ssati dal sistema, dei requisiti ambientali, delle condizioni contrattuali degli educatori, interviene fi nanziando quasi totalmente i costi del servizio. A fronte di questa disponibilità esiste ovviamente un sistema di controlli serio, regolare ed effi ciente. Il modello ha perso un po’ dello smalto e dell’entusiasmo iniziale ma funziona ancora con soddisfazione dove c’è una grossa motivazione da parte dei genitori. Molto positive sembrano le esperienze delle charter Schools americane e soprattutto delle GM (Grant-Maintained) Schools introdotte dal Governo britannico guidato da Margaret Thatcher. La riforma delle GM Schools è stata disegnata in modo molto intelligente: lo Stato ha offerto alle scuole interessate la possibilità di uscire dal “sistema tradizionale” (opting out) se una votazione favorevole dei genitori decideva in questo senso. Le scuole che hanno scelto l’autonomia hanno poi ricevuto dallo Stato un fi nanziamento iniziale pari alla media storica di quel che avevano ricevuto fino a quel momento. Da lì in poi il fi nanziamento pubblico è stato proporzionale al numero di studenti che sceglievano ciascuna scuola. Inoltre, le scuole hanno anche ricevuto totale autonomia nella gestione delle risorse umane (in particolare assunzioni e licenziamenti dei docenti) e nel disegno dell’offerta formativa. Lo Stato si è limitato a chiedere alle scuole di rendere pubblici i criteri di selezione degli studenti per capire quanto del loro buon risultato fosse dovuto a una migliore gestione e quanto fosse semplicemente dovuto alla selezione di migliori studenti. E, soprattutto, lo Stato ha investito nel sistema di valutazione dei risultati delle scuole mediante ispezioni e test standardizzati a cui è stata data grande rilevanza mediatica per informare le famiglie. È anche interessante osservare che è stato possibile valutare ex post l’efficacia di questa riforma in modo quasi sperimentale. I risultati parlano in modo molto chiaro: le scuole diventate autonome hanno avuto risultati decisamente migliori nelle ispezioni e nei test standardizzati.

Le charter schools, negli USA, hanno un modello leggermente diverso: sono scuole governate in base a un contratto tra lo Stato e un ente che si propone come gestore della scuola stessa. “Ad esempio, in un quartiere ghetto, malfamato, che ha una scuola disastrata, si presenta una ONG che dice: «Stato, dalla a me! Firmiamo un contratto su quello che io mi impegno a fare. Se ottengo i risultati che ho promesso di ottenere tu me la lasci gestire, altrimenti me la togli». E lo Stato dice: «Beh, se tu pensi di gestirla meglio di me, provaci». L’impressione è che, soprattutto nei contesti sociali disagiati, queste scuole funzionino molto bene. Anche in questi casi, fra l’altro, è stato possibile valutare in modo quasi sperimentale se la gestione in autonomia ha funzionato meglio”.

La proposta, sul piano teorico, ha molte suggestioni e offre spunti per rifl ettere sullo stato dei servizi educativi in Italia in sospeso tra gestione diretta e affidamenti variamente modulati. Nell’ipotesi Ichino, il servizio resterebbe pubblico perché è fi nanziato dallo Stato (o dalle sue articolazioni) e lo Stato ne garantirebbe l’accesso e la qualità. Nello stesso tempo sarebbe “prodotto” da privati. Il ragionamento è: se altri soggetti riescono a produrre meglio i servizi educativi, non c’è niente di male a lasciare a loro il compito, purché si garantisca a tutti l’accesso, rispettando la libertà di ciascuno e assicurando i livelli qualitativi che rendono quel servizio un’iniziativa che genera benefi ci pubblici. In altre parole i servizi fi nanziati dai soldi pubblici debbono generare risultati che incidono positivamente sul benessere collettivo. Da altre parti avviene già. È una strada percorribile anche per l’Italia?

Credo che la “provocazione” non possa essere accantonata sic e simpliciter, ma meriti un approfondimento e una discussione. Alcuni esperimenti in questa direzione sono già stati fatti anche in Italia soprattutto in Regioni come la Lombardia, dove le politiche regionali nelle ultime legislature si sono mosse nell’ottica della delega degli interventi in campo sociale, assistenziale, educativo all’iniziativa privata. Le esperienze fatte hanno evidenziato tutti i limiti del sistema e del tessuto civile in cui si colloca la società italiana. Senza esasperare il tema degli scandali che hanno segnato il sistema sanitario affi dato ai privati, è emersa in maniera evidente l’assenza di iniziativa, la mancanza di partecipazione da parte dei cittadini interessati in quanto utenti (attivi o potenziali del servizio), la disarticolazione del sistema pubblico incapace di governare, di programmare, di controllare la qualità dei servizi erogati. E qui si affl oscia tutta la suggestione del progetto. Il modello proposto ha trovato terreno per svilupparsi in altri Paesi dove la società civile ha una forte tradizione di autonomia e contemporaneamente un fortissimo senso del pubblico e una coscienza sociale diffusa ed elevata. L’Italia non è riuscita a superare il forte dirigismo di stampo burocratico delle origini dello Stato unitario. Non hanno inciso i Decreti Delegati. I movimenti del ’68 e del ’77 hanno lasciato spazio a derive contraddittorie che hanno relegato alla marginalità i tentativi di scuola cooperativa sociale e di tempo pieno. Quando abbiamo importato dall’estero il modello del voucher il risultato è stato rinforzare l’individualismo e l’assistenzialismo, senza incidere sulla qualità dei servizi. In nessuna Regione esiste una storia di valutazione e di controlli con sanzioni successive. Il modello teoricamente molto suggestivo si rivela una strada oggi non solo impraticabile, ma pericolosa e che porterebbe all’apertura a degradi ulteriori.

Non possiamo farci nulla? Non vorrei essere così pessimista e rassegnato. Sono convinto che bisogna incominciare (e continuare) a pensare alto e in modo diverso. Ma forse la proposta Ichino confonde un possibile obiettivo fi nale con il punto di partenza. Certamente dobbiamo rimettere in discussione e ripensare un sistema che si muove in modo confuso senza defi nire esplicitamente ruoli e compiti del privato e del pubblico. Ma questa riflessione coinvolge in prima battuta una rifl essione sull’organizzazione della nostra società, sull’attuazione della democrazia, sulle regole generali, sulle coscienze stesse. E a cascata tutto si mette in movimento.

Sono problemi non da poco. Certamente non risolvibili in tempi brevi. Probabilmente senza una soluzione praticabile nell’arco di una generazione. Ma su questi temi va stimolata la rifl essione, va elaborata una visione di futuro. Se la nostra professione è educare, il nostro dovere è costruire passo dietro passo una cultura e un contesto dove possa dispiegarsi in pieno un nuovo scenario di democrazia. Ogni giorno stiamo costruendo un mondo diverso. Quale sarà dipende dai nostri piccoli individuali contributi.