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Noi diamo un futuro ai figli della crisi
Editoriale


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Autore: Ferruccio Cremaschi
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Il nostro giocare in piccolo, non serve al mondo.
Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini.
Non solo in alcuni di noi: è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere,
inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza automaticamente libera gli altri
.

Nelson Mandela

Siamo all’inizio di un nuovo anno. Abbiamo appena lasciato alle spalle botti e brindisi, l’euforia un po’ artificiale delle feste rituali e stiamo riprendendo il ritmo della quotidianità con il rischio di scivolare nel ripetitivo, nello scontato e di conseguenza nello sconforto.
Non viviamo un momento di prosperità, anzi, ci lasciamo alle spalle anni che hanno portato la nostra società allo sfinimento.
Save the children, nella pubblicazione del suo Atlante dell’infanzia a rischio1, traccia una fotografia impietosa e drammatica dell’Italia: sono circa un milione i bambini e i ragazzi che vivono in condizioni di povertà assoluta. Sono il doppio di quanti erano in questa condizione nel 2007. La metà di essi risiede nel mezzogiorno, dove più di un minore su dieci vive in condizioni di povertà assoluta (in Sicilia la percentuale arriva a 1 su 5). Ma il peggioramento della situazione è stato, in termini relativi, maggiore nelle regioni centro settentrionali.

I minori, insieme e più dei giovani, sono le grandi vittime della crisi, che li colpisce fin dentro le condizioni di crescita, di salute, di capacità e possibilità di progettare un futuro”. Questa è l’analisi di Chiara Saraceno2, che prosegue: “La drastica riduzione del fondo sociale, unitamente ai vincoli del patto di stabilità, ha comportato una riduzione dei servizi per la prima infanzia, così importanti per contrastare le diseguaglianze di partenza. La riduzione dei fondi per la scuola ha portato alla forte riduzione del tempo pieno, soprattutto nelle regioni (del Sud) dove era meno consolidato, ma dove dovrebbe essere più necessario per contrastare situazioni di disagio e di carenza di risorse familiari, e anche dei servizi integrativi”.

Non abbiamo neanche gli occhi per piangere, verrebbe da dire. E, stando alle statistiche e all’economia, sembrerebbe proprio che siamo alla fine.
Certamente la crisi ha fatto le sue vittime e stiamo subendo tutti conseguenze pesanti e che sembrano allontanare le prospettive di ripresa. Ci vorrà tempo, coraggio, resistenza.
E niente sarà come prima.
E intanto? Siamo ridotti allo scoramento? Restiamo storditi
in un angolo?
Pur nella diffi coltà, non siamo finiti e rassegnati. Ci sono segnali, ci sono movimenti, iniziative, che aprono spiragli.
All’inizio dello scorso dicembre, il Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia ha promosso l’iniziativa di sostegno ai servizi per l’infanzia, una giornata di “orgoglio dei servizi per l’infanzia” ormai al terzo anno di celebrazione. Era un’iniziativa lasciata all’assoluta spontaneità di educatrici, insegnanti, genitori, non c’era organizzazione alle spalle, non c’erano poteri forti, campagne di stampa. Era un invito a chi ancora crede nei servizi educativi e nella scuola dell’infanzia a far sentire la sua voce, a occupare uno spazio pubblico per rivendicare attenzione.
È stata una partecipazione stupefacente, una valanga di iniziative, un esercizio di fantasia che ha attraversato l’Italia.
È un segno che l’infanzia non è dimenticata, che tagli, manovre dissennate, trascuratezza, non hanno spento una coscienza e un’appartenenza maturate in decenni di professionalità e di cultura autoprodotta. Da qui, dalla autoconsapevolezza di esserci, di sapere, di fare, dobbiamo ripartire.

Non è un anno di scarso rilievo per l’Italia, quello che è iniziato. Tra pochissime settimane andremo alle elezioni amministrative e alle elezioni europee.
Due appuntamenti particolarmente importanti in un mondo sempre più globale. Le scelte dell’Unione Europea condizionano gli indirizzi delle politiche nazionali, e le scelte delle Amministrazioni locali traducono in atti pratici, in azioni concrete, in investimenti diretti di risorse, i principi generali.
Non possiamo stare alla fi nestra o scegliere l’antipolitica. Con tutti i limiti di ogni scelta rappresentativa, è l’occasione e il momento di metterci in gioco, di prendere in mano la situazione.
Non possiamo continuare a lamentarci, a rinfacciare ad altri responsabilità e colpe di ciò che non funziona. Se ci tiriamo indietro in questa occasione, dobbiamo accettare che la responsabilità di quello che succederà o non succederà sia nostra.
Abbiamo diritti di cittadinanza, abbiamo anche doveri di cittadinanza: la cosa pubblica è cosa nostra. Prendiamo in mano le amministrazioni, facciamo pressing e lobbing su chi si candida.
Non lasciamo ad altri la possibilità di decidere per noi.

Le scelte in gioco nei prossimi mesi sono importanti e non possiamo sottovalutarle. Una tra tutte: ha ripreso l’iter la legge sui servizi per l’infanzia. La proposta si propone di regolare il sistema zero-sei in modo organico, su principi di continuità, nell’ottica della tutela dei diritti di ciascun bambino, della tutela del diritto di accesso ai servizi per tutti. E, cosa rilevante, si parla di finanziamenti in modo regolare e sistematico, destinati non solo allo sviluppo di nuovi posti, ma soprattutto alla regolarità del funzionamento, per garantire la continuità di vita a servizi e scuole.
Questa iniziativa sta avvenendo in maniera un po’ sotterranea, con poco clamore, forse nella generale indifferenza.
Senza farci grandi illusioni, ma con grande concretezza e determinazione, facciamo nostra questa iniziativa, apriamo il dibattito in tutte le sedi, pretendiamo dalle forze politiche, dai funzionari, dagli amministratori, di aprire dibattiti pubblici sul progetto, di farlo diventare un patrimonio comune, una richiesta di cittadinanza.
Lo sviluppo e l’iter della proposta non è scontato. Ci sono pressioni e interessi che vogliono comprimere il segmento zero- sei tagliandone un anno a vantaggio della scuola superiore.
C’è chi ritiene che siano altre le priorità nel campo dell’educazione.
Non permettiamo lo scippo, mettiamo in modo evidente “sul piatto”, elementi ideali e di principio come il diritto all’educazione dei più piccoli, a un’educazione rispettosa dei tempi e dei ritmi di sviluppo, ma ribadiamo anche l’urgenza di dare stabilità a un settore di lavoro pesantemente sottoposto all’ala della precarietà, dell’incertezza, dell’impossibilità di programmare. Facciamo valere il patrimonio della cultura maturata dall’esperienza pluridecennale di chi ha lavorato con i bambini.

Tra poco più di un mese molti di noi saranno a Reggio Emilia per il Convegno “Educazione e/è politica”.
Altri non potranno partecipare. Per tutti è però un passaggio, un momento per ri-mettere a fuoco il significato del proprio impegno professionale, la carica profonda che comporta lavorare con e per i bambini. Abbiamo una grande responsabilità, giorno dopo giorno stiamo costruendo il futuro del nostro pianeta, stiamo assistendo al germogliare e al crescere del nostro futuro. Non possiamo essere passivi e indifferenti. Il nostro fare oggi è la chiave del futuro. Dobbiamo esserne orgogliosi e responsabili.

L’educazione è l’arma più potente
che può cambiare il mondo.
Nelson Mandela

 

1 G. Cederna (a cura di), L’Italia sottosopra. I bambini e la crisi, Atlante dell’infanzia (a rischio), Save the children, Roma, 2013. torna su
2 Chiara Saraceno, Il regalo di Natale per i figli della crisi, “la Repubblica”, 12 dicembre 2013. Saraceno spiega che cosa significhi in concreto “per un bambino o un ragazzo essere in condizioni di povertà assoluta. Significa non poter avere un’alimentazione adeguata, non fare prevenzione sanitaria (con la crisi sono crollate le visite dal dentista, che in Italia non fanno parte del servizio sanitario nazionale), vivere in spazi domestici troppo affollati e in spazi esterni spesso degradati, non potersi scaldare a sufficienza, non avere libri e giocattoli, talvolta non avere l’abbigliamento adatto alla propria corporatura. Significa avere a disposizione servizi per l’infanzia e scuole in misura minore, e di più bassa qualità ambientale, della non già eccelsa media nazionale. Significa sperimentare già da piccoli, tramite l’esperienza dei genitori, che il lavoro spesso non c’è e quando c’è non dà abbastanza da vivere decentemente”. torna su