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Intervista a Blaise Pierrehumbert
Inserita il: 09/04/2009

IL PRIMO LEGAME
La teoria dell’attaccamento
 
Autore: Paola Molina, Blaise Pierrehumbert , 
2009
...
Una esperienza fondante

Intervista a Blaise Pierrehumbert, apparsa suLe Journal des Professionnels de l’Enfance (febbraio 2009) e raccolta da Corinne Lebon

Ormai da parecchi anni, la teoria dell’attaccamento offre un quadro teorico delle relazioni precoci caratterizzato dall’importanza della trasmissione, dall’adulto al bambino, di una certa sicurezza affettiva che possa aiutarlo a regolare le sue emozioni e ad aprirsi progressivamente al mondo esterno. Blaise Perrehumbert, uno dei grandi specialisti attuali della teoria dell’attaccamento, ci offre le sue recenti riflessioni in proposito.

Qual è l’apporto fondamentale della teoria dell’attaccamento?


L’idea che esiste un bisogno. Che sia primario o secondario non è molto importante. Ma questo bisogno si esprime anche a livello neuroendocrino. Per riassumere tutto un insieme teorico, possiamo dire che la parte psicologica dell’attaccamento corrisponde alla sicurezza in presenza dell’altro. Quando il bebè emette un segnale di sconforto (se ha mal di pancia, per esempio) fa – speriamo – l’esperienza di essere compreso dall’adulto, perché quest’ultimo risponde in modo corrispondente alla sua attesa di essere calmato. Questa esperienza è fondante per lui, perché gli dimostra che le emozioni legate al suo stato di sconforto esistono, sono condivisibili, percepibili dall’altro. Divenuto adulto questo individuo potrà di nuovo esprimere il suo sconforto in caso di bisogno, perché saprà per esperienza che può essere compreso. E’ una ricchezza per degli animali sociali quali noi siamo. Non è molto importante che questo sconforto sia compreso da un padre, da una madre, da due genitori dello stesso sesso, da una nonna o da un’educatrice del nido. Esistono certo dei ruoli sociali, ma non sta scritto da nessuna parte che necessario avere una madre e un padre con dei ruoli che si riducano esclusivamente rispettivamente al guscio protettivo da un lato e all’apertura dall’altro.

Sono coinvolti dei processi biologici?

Io ho vissuto un’epoca in cui si affermava il contrario, cioè che tutto era nella cultura, nella costruzione sociale. Oggi ne siamo ben lontani, e valorizziamo l’interazione fra la nostra eredità biologica e l’esperienza fatta con l’ambiente, che sarebbe all’origine della costruzione del nostro organismo e dei nostri comportamenti. Notiamo che, se possiamo riscontare biologicamente quello che possiamo considerare il substrato dell’ “istinto materno”, possiamo anche trovare nell’uomo degli sconvolgimenti ormonali, legati alla sua presenza durante il parto, alla sua vicinanza al bebè. Anche gli uomini sono preparati ad accogliere, a prendersi cura di un bebè, a provare tenerezza nei suoi confronti. Riferirsi processi neuroendocrini non smentisce assolutamente il processo di attaccamento. Non tutto è acquisito. Semplicemente, non tutto viene solo dall’esperienza. Esistono delle motivazioni legate al nostro essere biologico.

Una delle questioni attuali è quella dei differenti ruoli del padre e della madre. Cosa ne pensa?

La questione del ruolo del padre pone evidentemente delle domande. Possiamo parlare di relazione di attaccamento al padre? Il bambino sviluppa sicuramente degli attaccamenti multipli, ma sono intercambiabili, hanno la stessa qualità oppure sono specifici? E prima di tutto, che cos’è “l’attaccamento”? Possiamo dire che il bambino fa l’esperienza di una certa sicurezza con i due genitori, oppure solo con la madre mentre sperimenta qualcosa di diverso con il padre? Alcuni ricercatori hanno trovato delle differenze a questo proposito. Il padre sarebbe fonte di sicurezza soprattutto nei momenti di apertura, e la madre nei momenti di ripiegamento inquieto. Queste differenze esistono, forse. Ma attenzione: molte madri allevano da sole i loro bambini e, nella maggior parte dei casi, non possiamo certo dire che questo impedisca l’apertura al mondo esterno; ci sono anche padri che educano da soli i propri figli, i quali certo non soffrono per questo di carenze. Dal punto di vista dell’attaccamento, il fenomeno è lo stesso per i due genitori: la possibilità di trasmettere al bambino, attraverso le interazioni, un senso di sicurezza che, in certo qual modo, riflette il senso di sicurezza dell’adulto stesso.

Certi bambini si mostrano molto indipendenti per nascondere la loro ansietà. John Bowlby ha definito questa strategia come un “meccanismo di esclusione difensiva”. Può parlarcene alla luce dei dati attuali?

Potremmo pensare che essere indipendenti è una virtù sociale. Del resto, nella maggior parte delle concezioni dello sviluppo – anche di quelle che ci stanno più a cuore, come la psicoanalisi – l’evoluzione del bambino è descritta come un passaggio dalla dipendenza all’indipendenza. Di fronte a un bimbo di un anno che, in una situazione leggermente stressante, preferisce fare a meno di qualunque conforto da parte del genitore, potremmo dire “Perché no? In fondo questo comportamento funziona molto bene nella nostra società competitiva”. Per i partigiani del temperamento, il fatto di contare esclusivamente su se stessi indica la presenza di una buona capacità di gestire lo stress. Nella prospettiva dell’attaccamento, questa attitudine tuttavia è problematica, perché questi bambini mostrano con la loro indipendenza – certo troppo precoce o forzata – che preferiscono non manifestare le proprie emozioni, non fare ricorso all’altro, probabilmente perché hanno fatto l’esperienza che queste emozioni non erano comprese, comprensibili per l’altro.

Gli studi su questi bambini che inibiscono i loro comportamenti di attaccamento già a un anno sono unanimi nel mostrare che, senza essere catastrofici, il loro sviluppo non sarà ottimale. Diventati adulti, riusciranno certamente bene nella società, ma molti di loro avranno difficoltà a lasciarsi coinvolgere pienamente o a lungo in relazioni intime (le relazioni d’amore, per esempio).

Per le persone che utilizzano il “meccanismo di esclusione difensiva” si tratta dunque della rottura del legame con se stessi?

Sì, è il legame alle proprie emozioni, l’incapacità di accedere al proprio mondo interiore. Se il bambino ha fatto l’esperienza della disponibilità degli altri nei primi anni di vita, quando esprimeva emozioni, può costruirsi a poco a poco una “teoria della mente”. Per contro, se gli altri non hanno dato riscontro al suo sconforto, può pensare che le sue emozioni sono vergognose, o che non sono condivisibili – o non dovrebbero esserlo – ed è meglio non occuparsene. In maniera difensiva finirà per escluderle.

La frequenza regolare di un servizio di cura esterno alla famiglia nuoce alle relazioni di attaccamento del bambino ai suoi genitori?

Questo è un timore che manifestano frequentemente i genitori e gli educatori. Come se il bambino disponesse solo di una certa quantità di attaccamento, e la rivolgesse agli educatori invece che ai genitori. E’ un timore comprensibili, ma dopo 20-30 anni di studi possiamo dire che non ha nessun fondamento. Anzi, per i bambini che vivono in un ambiente familiare poco stimolante, carente, potrebbe addirittura essere benefico. Piuttosto, sperimentare relazioni plurime, relativamente stabilizzanti, è strutturante, e non solo a livello dell’attaccamento.

I professionisti della prima infanzia devono comprendere quanto la relazione che essi sviluppano con il bambino, senza entrare in competizione con l’attaccamento ai genitori, è significativa per il suo divenire.

Ciò non toglie che esistano sempre realtà in cui i bambini sono accolti in condizioni relativamente precarie, da persone che prendono in carico un numero troppo elevato di bambini o addirittura, nei casi estremi, che ne abusano. Poiché l’attaccamento è un bisogno, il bambino si attaccherà a queste persone, anche abusanti.

Si possono identificare dei criteri di qualità che vanno rispettati nelle strutture per la prima infanzia, si tratti di collettività o di cura in contesti familiari?

Ci aspettiamo che un papà o una mamma siano profondamente coinvolti a livello emotivo nella relazione con il proprio figlio, quella specie di “malattia normale” che ha descritto così bene Winnicott. Ma non basta dire “io amo i bambini, ho un istinto materno, una costituzione materna” per occuparsi in modo adeguato di un bambino, soprattutto quando non è il proprio. Io sono stato molto influenzato dalla prospettiva di Emmi Pikler, creatrice dell’orfanatrofio di Lòczy a Budapest. C’è un aspetto della professionalità di chi si occupa di bambini piccoli, quello che Geneviève Appell e Myriam David hanno chiamato il “maternage insolito”, che consiste essenzialmente nel non far pesare sul bambino i propri bisogni emotivi. Questa attitudine è importante qualunque sia il modo di accudimento. Si impara attraverso la formazione, la supervisione, la mediazione della relazione al bambino attraverso lo scrivere o altri mezzi [di osservazione], per sviluppare un altro interesse rispetto al semplice maternage sostitutivo. Si tratta di far sì che l’attaccamento sia piuttosto un movimento emotivo del bambino verso l’adulto, e non il contrario.

La qualità della relazione professionale non è anche legata alla possibilità di occuparsi di un piccolo numero di bambini?

E’ effettivamente quello che si ricava dal messaggio di Emmi Pikler. Se il bambino è preso nel magma fluido di un numero elevato di educatori, non [sempre] è in grado di trovare i suoi punti di riferimento. Molti studi lo dimostrano. I più recenti sono stati fatti in Romania dall’équipe di Carl Zeanah: un’esperienza pilota è consistita nel ridurre da 20 a 4 il numero di educatori che gravitavano attorno al bambino, cosa che ha richiesto uno sforzo considerevole. Ma questa scelta ha permesso di ridurre almeno alla metà il numero di bambini che soffrivano di “disturbi reattivi dell’attaccamento”, tipici degli orfanatrofi, cioè sia chiusura completa a qualsiasi relazione oppure, al contrario, una ipersocialità indiscriminata, che non permette di stabilire una relazione significativa. E’ questa un’ulteriore prova che bisogna a qualunque costo poter aiutare il bambino a costruirsi dei punti di riferimento sociali nel suo ambiente.

C’è un periodo critico per l’inserimento dei bambini in una struttura educativa?

Le ricerche sembrano mostrare che il periodo compreso tra 6 e 12 mesi è quello più critico per inserire il bambino in un servizio di cura extra-familiare. Ciò richiede una più grande attenzione da parte dei genitori e degli educatori per permettere una transizione morbida fra ambiente familiare e nuovo ambiente di cura. E anche se alcuni bambini sembrano preferire il passaggio da un ambiente all’altro con un taglio netto, bisogna preservare, soprattutto per i più piccoli, la possibilità di una transizione dolce.

E’ possibile che l’apertura del bambino a questi due ambienti esiga molto da lui, anche se gli apporta una ulteriore ricchezza, che non è solo la semplice somma di lui nella relazione ai suoi genitori più lui nella relazione con l’ambiente di cura extrafamiliare.

Dieci o vent’anni fa, la nostra équipe ha filmato la triade mamma-bebè-educatrice proprio nei momenti di passaggio tra la madre e l’educatrice. Con nostro grande stupore, abbiamo trovato ben pochi momenti veramente triadici! Avevamo piuttosto l’impressione che il bambino passasse senza transizione da una diade a un’altra. Ciò potrebbe forse fan pensare che la predisposizione di una “staffetta” morbida fra la casa e il luogo di accoglienza non sia poi così importante, almeno per alcuni bambini. Ma questo non toglie nulla alla necessità di predisporre al meglio la possibilità di una transizione dolce.

A volte si pensa che l’inserimento in una struttura collettiva dei piccolissimi sia una buona cosa, perché li prepara progressivamente alla loro futura vita scolastica. Lei pensa che si possa insegnare al bambino l’autonomia, oppure che questa nasca da un processo interno?

In svizzera l’inizio della scolarizzazione avviene molto più tardi che in Francia, ben oltre i 3 anni, anche se la questione è molto dibattuta. Credo che la Francia sia un’eccezione nel mondo rispetto alla precocità di ingresso a scuola. E questo comporta una grossa esigenza di autonomia. Ma si tratta anche in questo caso di una transizione tra un ambiente e l’altro che occorre predisporre con cura.

La maggior parte dei bambini è scolarizzata a 3 anni, e questo spinge molti educatori a preparare precocemente i bambini alla scuola, come se, in fondo, occorresse imparare a separarsi…

Sì, e questo pone la questione di cosa siano l’indipendenza e l’autonomia. Per me l’autonomia non ha alcun rapporto con l’apprendimento, nel senso scolastico del termine. Si tratta piuttosto di potersi costruire dei punti di riferimento emotivi, di fare esperienze di sicurezza nei confronti di un adulto. E’ un errore voler fissare come una tappa di sviluppo il fatto di diventare indipendenti. A lungo termine, certamente, è importante che una persona faccia prova di autonomia, ma parliamo appunto di autonomia, non di indipendenza, che è un valore ideologico, che non riflette la realtà perché la maggior parte di noi è “interdipendente”. L’autonomia si impara, sì, ma nell’esperienza. Bisogna rispettare i ritmi di sviluppo propri di ciascun bambino. Da un punto di vista emotivo è difficile fissare delle tappe. Io penso che in ogni caso bisogna evitare di favorire il meccanismo di esclusione difensiva che il bambino rischia di mettere in atto se noi forziamo troppo o troppo presto l’indipendenza.

 
     
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