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Intervista di Claudia Ferrari al Professor Paolo Perticari
Inserita il: 17/03/2010

CONVERSAZIONI CON L'UCCELLO FILOSOFIA
Una didattica conversazionale e una pedagogia del concetto nella scuola dell’infanzia
 
Autore: Paolo Perticari, 
2010
...
1. Come nasce la sperimentazione dell'uccello filosofia di Deleuze nella scuola dell'infanzia il "filo rosso"?

Allora, la sperimentazione nasce da una richiesta dell'Istituzione del Comune di Pesaro, del Dott. Walter Chiani, da cui è partito un rapporto di apprezzamento della visione metodologica degli Attesi Imprevisti da parte del connettivo il Filo Rosso che ha chiesto di proseguire l'esperienza e di trovare eventualmente un filone.

Un filone di ricerca è stato quello di vedere come potevano costruirsi e crearsi delle conversazioni attorno a dei concetti di filosofia, e nello specifico attorno al concetto di filosofia dell' "oiseau philosophie", di quest' ultimo saluto al mondo della filosofia di Gille Deleuze, che ha dato tutto il suo appoggio, tutto il suo sostegno fino all'ultimo arrivando a dire persino che al limite questo libro lo rappresenta di più di tanti altri libri che ha scritto. Quindi, quando venni a conoscenza della traduzione di Francia della sua filosofia, subito mi venne da pensare che quello poteva essere un antidoto per rimettere in carreggiata tutta la partita e tutta la riflessione, che oramai iniziava anche in Italia, sul rapporto che intercorre tra filosofia e bambini, infanzia.

Ecco nella fattispecie la sua philosophie, tradotta con il titolo "l'Uccello filosofia", non tratta appunto della phiosofhy for children ma intende vedere come i bambini, già di loro messi di fronte ad una serie di concetti, esprimano queste loro espressioni. Così si è lavorato in quattro e poi alla fine si sono raggruppati materiali che sembrava un peccato lasciare lì nel cassetto. Se devo essere sincero anche io ho fatto molto poco per arrivare alla pubblicazione di questo libro, ora io non sento più da molto tempo le signore del Filo Rosso però in quel momento lì ci siamo incontrati su quel progetto: essere i primi che in Italia sperimentano questo libro di filosofia pensato per bambini, anche piccoli, in questo caso per bambini che non sanno né leggere né scrivere, ma potrebbe essere pensato per bambini anche fino alla terza elementare io credo.

Sentire quello che dicono i bambini di fronte a certi concetti estrapolati da due opere del filosofo Deleuze che sono : Che cos'è la filosofia e i Dialogues, i dialoghi, entrambi tradotti in italiano. Allora questo è stato un po' il clou, abbiamo fatto come una didattica conversazionale, quella degli Attesi Imprevisti, fatta incontrare con la filosofia, quella che Deleuze ha chiamato pedagogia del concetto, d'altronde talvolta la filosofia altro non è che una pedagogia del concetto. Bene l'Uccello Filosofia è una piccola pedagogia del concetto applicata in una scuola dell'infanzia per alcuni anni, fino a quando con questi materiali potessero essere prodotti anche dei disegni, che purtroppo sono andati perduti, e però questo oggetto che esce, che è appunto Conversazioni con l'Uccello Filosofia, seguito dal librino tradotto in italiano ma identico all'edizione francese, danno l'idea di una piccola sperimentazione perché testimonia, in un modo o nell'altro, che anche senza una serie di orpelli di tutto un apparato di disposizioni, di griglie, ecc, nella scuola dell'infanzia si possono raggiungere delle intensità, degli apprendimenti, dei momenti di dialogo molto significativi con e attraverso, appunto, la filosofia che si è manifestata attraverso l'Uccello Arcobaleno che è stato il nostro filo conduttore. Insomma questo lavoro dimostra che la didattica conversazionale, questa metodologia ametodica, questo metodo ametodico che ci sembra possa essere individuato, abbia una sua ragione d'essere anche là dove, fino a poco tempo fa, si parlava di più di progetti, di programmi, di programmazioni, qui invece c'è stato un misurarsi con delle frasi filosofiche, di un filosofo interessante e intensissimo come Deleuze, e sentire cosa scaturiva e cosa veniva creato dai bambini attraverso questo.

2. In che cosa questo lavoro di sperimentazione si differenzia dall'approccio più diffuso della "filosofia per i bambini"? Si tratta di una filosofia dei bambini?

Si tratta proprio di una filosofia dei bambini che si differenzia dalla filosofia per i bambini a partire dal fatto che i bambini vengono lasciati liberi di misurarsi con dei disegni, con delle immagini, con dei concetti, con delle intuizioni e viene fatto un lavoro di conversazione sull'ampliamento della loro immaginazione sostanzialmente. Ciò che ogni managerialità filosofica o non filosofica teme è il punto di forza di questo lavoro. Questo lavoro non vuol dire semplicemente spontaneismo ma vuol dire appunto sperimentare, sperimentare attraverso un minor numero di regole, regolamenti, disposizioni e lasciare spazio alla creazione e all'invenzione e all'immaginazione dei bambini che vengono semplicemente accompagnati, proprio come dire, presi per mano e accompagnati tra l'altro in modi che possono essere anche discutibili, se vogliamo, perché sono il frutto della creatività dell'insegnante che li accompagna. Ma come presi per mano e accompagnati di fronte alla lettura di un disegno, di un'immagine, i disegni della signora J. Duheme, e di un concetto scritto, il pensiero filosofico, un pensiero, una frase filosofica vera e propria di Gille Deleuze.

Accompagnati di fronte a queste cose i bambini cominciano a parlare, riferendosi a queste frasi, a questi disegni e riferendosi a loro stessi e dunque incominciano anche a parlare tra di loro. E lei vede bene che questo accompagnamento lascia molta libertà, gioca molto su una ricodificazione dell'immaginazione e, per molti versi, è un po' un aspettare che succeda qualche cose senza sapere prima che cosa potrà succedere. In fin dei conti quel che è certa è la frase del filosofo, poi come faranno i bambini a parlare, a dire, a esprimersi, ecco la potenza talvolta dell'espressione della filosofia di un bambino di tre anni, che ha già una filosofia, che è già portatore di forme di pensiero talvolta anche molto intense. Ecco è un lasciare spazio a questi generi d'intensità attendendone la specificità: ognuno specifica quello che sente più proprio, quello che sente più vicino per sé, questa è un po' una pedagogia dell'esprimesi sostanzialmente che a volte attende estaticamente, anziché esteticamente, quello che scaturisce dall'immaginazione, è un'attesa di quello che scaturisce dall'immaginazione di questi bambini posti al cospetto di una tradizione.

L'avranno capita? Non l'avranno capita? Tutto questo riguarda la philosofhy for children. La children philosofhy, cioè la filosofia dei bambini, non si interessa di questo. I bambini come gli adulti, come chiunque, vengono posti di fronte ad una intensità e reagiscono per quello che succede dentro le loro teste, dentro le loro storie, dentro le loro esperienze di vita. Ecco in questo senso viene posto l'accento molto di più sulla libertà e sull'esprimersi e vorrei dire sull'attesa di un elemento inatteso che può scaturire e molto meno su ciò che è già predisposto e su ciò che deve essere considerato in una certa maniera secondo gli ordini e le regole del pensatore filosofo adulto.

3. Deleuze ha scritto che la filosofia è innanzitutto un atto di creazione e che è un'attività riguardante chiunque, non soltanto i filosofi di mestiere. Quindi tu pensi che questo modo di lavorare, di lasciare liberi i bambini (di parlare, di disegnare ecc) possa fare esistere concretamente una scuola svincolata dall'istituzione, e quindi una scuola che effettivamente lasci degli spazi per interrogarsi, riflettere, pensare, creare dei concetti in grado di reggere alla prova dell'oggi, intesa anche come una messa alla prova nel e del quotidiano?

Sì, io la vedo proprio così. E cioè, non ci siamo mai posti il problema di chi conosceva di più o di meno la filosofia di Deleuze, certo c'è sempre chi ne sa un po'di più e chi meno ma noi abbiamo lasciato crescere queste conversazioni e abbiamo lasciato crescere questi spazi vuoti non riempiti da predisposizioni, da disposizioni di adulti, o di filosofi, o di pedagoghi o di quant'altro. E in questa zona liscia, se possiamo chiamarla così, della scuola, si sono creati degli incontri interessanti: coi filosofi, tra bambini, tra adulti e bambini, bambine. E dunque l'importanza di lasciare dei vuoti. Noi viviamo in un momento in cui la pedagogia tende a riempire tutto di riflessioni, di parariflessioni, di tecniche: è disgustosa anche questa pedagogia che pretende di istituire anche delle scuole di libertà. Non c'è una scuola per la libertà, in questo caso è la libertà che si è fatta scuola, che può diventare occasione di scuola. Andare a scuola di libertà è una cosa disgustosa, sono cose che poi ti portano in bocca, in braccio tutto l'americanismo del pensiero e del pensare che peraltro va anche molto di moda ma qui c'è tutta un'altra storia ed è la storia di insegnanti che incontrano i bambini attraverso le loro competenze, il loro artigianato che hanno sviluppato nel corso degli anni e si fidano di questo proprio artigianato e della capacità che ha ogni persona di filosofare, cioè di promuovere delle zone di pensiero libero, delle zone di pensiero non predeterminato. E da queste zone di pensiero non predeterminato può scaturire tutto un lavoro, un laboratorio, un artigianato che consente di creare degli attrezzi, di creare dei concetti fidandosi di questo imparare da ciò che viene da sotto e non solo del calare dall'alto sostanzialmente e allora l'insegnamento del bambino diviene molto interessante perché è sempre un genere, in un modo o in un altro, rispetto ai modi tradizionali di pensare la filosofia nelle scuole dell'infanzia. Una specie di cortocircuito, un modo di esprimersi che non è proprio quello che dovrebbe essere e però questo cortocircuito entra con una precisione quasi matematica dentro alla cornice che un autore come Deleuze pone in atto quando parla ad esempio di letteratura minore.

Ecco questa è precisamente una sorta di filosofia minore, di filosofia bambina che entra in impatto con la filosofia dei grandi solo e soltanto dal punto di vista di ciò che fa difetto, di ciò che è cortocircuito, e però questo cortocircuito se lo si segue, se lo si sa seguire, se lo si sa accompagnare crea un tipo di divenire che assomiglia molto a quello che Deleuze con Guattari, in Kafka per una letteratura minore chiama il movimento di una lingua minore, che non vuol dire solo una lingua di scarsa importanza o di minore importanza ma, come nel caso dicono così bene di Kafka, una lingua che scava dentro la lingua che va per la maggiore e crea un divenire altro, che è appunto il divenire del minore. Se e quando l'educazione riesce a fare riferimento al minore in termini appropriati, in termini non banali, questo movimento del minore diventa un'occasione per rimettere in discussione tutto il linguaggio logico-comunicativo della rete, della lingua maggiore, della filosofia dei grandi che va per la maggiore.

E questo è sicuramente un indice che dal basso può emergere un insegnamento e una espressione, che delle volte è anche un balbettio, una frase non particolarmente azzeccata ma che però crea quel difetto, e per difetto, qualche cosa che assomiglia alla liberta. Allora non c'è una scuola della libertà, non si deve andare a nessuna scuola della libertà. La libertà è esattamente il movimento opposto, è "Ecco c'è qualcosa", non è qualcosa che parla a scuola ma ecco qualcosa che in maniera imprevedibile irrompe nella scuola e crea uno spazio di libertà.

4. In quale tradizione pedagogica si può inserire questa sperimentazione? C'è un collegamento con i tuoi precedenti lavori dedicati all'insegnamento/apprendimento, alla conversazione, all'errore eccetera? E con la pedagogia critica?

E' una forma di pedagogia attiva che però lavora molto sulla passività e talvolta sugli elementi di passività anche molto radicati. Un riferimento, che non è pedagogico ma potrebbe anche diventarlo, è la filosofia di Bartleby, lo scrivano di Melville, cioè quello scrivano che quando gli viene chiesto di fare qualcosa risponde sempre: i would prefer not to, preferirei non farlo. E dunque si inserisce certo nella tradizione, io spero, della Montessori , delle pedagogie attive però rivendicando il movimento della passività che disattiva, più che dell'attività e dell'attivismo fine a se stesso. Cioè la possibilità che i bambini ascoltino o leggano, o gli venga letta una frase e poi la recepiscano e la poi riformulino attraverso il loro modo di sentire, il loro modo di pensare.

Ecco questa passività che tende a promuovere il minor tasso possibile di attivismo e di progettualità a vantaggio, appunto, di un trovarsi di fronte a quello che succede, genera poi a sua volta la possibilità che da questi spazi scaturisca una capacità di entrare in relazione, di conversare che attende molto l'altro, cerca molto di più l'insegnamento dell'altro anche se in apparenza è qualcosa di sbagliato, anche se in apparenza è qualcosa di estravagante ma, d'altronde, anche l'estravaganza, anche l'errore dovremmo abituarci a concepirlo come ciò che veramente fa del pensiero il pensare, cioè la sua erranza: il pensiero e il pensare è errabondo, non è codificato. Questa pedagogia che pretende di codificare questo e quello rischia di fallire in partenza il proprio obiettivo se perde di vista l'erranza del pensare e appunto quel nomadismo che poi consente di creare dei concetti.
 
     
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