1.
Come nasce la sperimentazione dell'uccello filosofia di Deleuze nella scuola
dell'infanzia il "filo rosso"?
Allora, la sperimentazione nasce da
una richiesta dell'Istituzione del Comune di Pesaro, del Dott. Walter Chiani,
da cui è partito un rapporto di apprezzamento della visione metodologica degli
Attesi Imprevisti da parte del connettivo il Filo Rosso che ha chiesto
di proseguire l'esperienza e di trovare eventualmente un filone.
Un filone
di ricerca è stato quello di vedere come potevano costruirsi e crearsi delle conversazioni
attorno a dei concetti di filosofia, e nello specifico attorno al concetto di
filosofia dell' "oiseau philosophie", di quest' ultimo saluto al mondo della filosofia
di Gille Deleuze, che ha dato tutto il suo appoggio, tutto il suo sostegno fino
all'ultimo arrivando a dire persino che al limite questo libro lo rappresenta
di più di tanti altri libri che ha scritto. Quindi, quando venni a conoscenza
della traduzione di Francia della sua filosofia, subito mi venne da pensare che
quello poteva essere un antidoto per rimettere in carreggiata tutta la partita
e tutta la riflessione, che oramai iniziava anche in Italia, sul rapporto che
intercorre tra filosofia e bambini, infanzia.
Ecco nella fattispecie
la sua philosophie, tradotta con il titolo "l'Uccello filosofia", non tratta appunto
della phiosofhy for children ma intende vedere come i bambini, già di loro messi
di fronte ad una serie di concetti, esprimano queste loro espressioni. Così si
è lavorato in quattro e poi alla fine si sono raggruppati materiali che sembrava
un peccato lasciare lì nel cassetto. Se devo essere sincero anche io ho fatto
molto poco per arrivare alla pubblicazione di questo libro, ora io non sento più
da molto tempo le signore del Filo Rosso però in quel momento lì ci siamo
incontrati su quel progetto: essere i primi che in Italia sperimentano questo
libro di filosofia pensato per bambini, anche piccoli, in questo caso per bambini
che non sanno né leggere né scrivere, ma potrebbe essere pensato per bambini anche
fino alla terza elementare io credo.
Sentire quello che dicono i bambini
di fronte a certi concetti estrapolati da due opere del filosofo Deleuze che sono
: Che cos'è la filosofia e i Dialogues, i dialoghi, entrambi tradotti
in italiano. Allora questo è stato un po' il clou, abbiamo fatto come una didattica
conversazionale, quella degli Attesi Imprevisti, fatta incontrare con la filosofia,
quella che Deleuze ha chiamato pedagogia del concetto, d'altronde talvolta la
filosofia altro non è che una pedagogia del concetto. Bene l'Uccello Filosofia
è una piccola pedagogia del concetto applicata in una scuola dell'infanzia per
alcuni anni, fino a quando con questi materiali potessero essere prodotti anche
dei disegni, che purtroppo sono andati perduti, e però questo oggetto che esce,
che è appunto Conversazioni con l'Uccello Filosofia, seguito dal librino
tradotto in italiano ma identico all'edizione francese, danno l'idea di una piccola
sperimentazione perché testimonia, in un modo o nell'altro, che anche senza una
serie di orpelli di tutto un apparato di disposizioni, di griglie, ecc, nella
scuola dell'infanzia si possono raggiungere delle intensità, degli apprendimenti,
dei momenti di dialogo molto significativi con e attraverso, appunto, la filosofia
che si è manifestata attraverso l'Uccello Arcobaleno che è stato il nostro filo
conduttore. Insomma questo lavoro dimostra che la didattica conversazionale, questa
metodologia ametodica, questo metodo ametodico che ci sembra possa essere individuato,
abbia una sua ragione d'essere anche là dove, fino a poco tempo fa, si parlava
di più di progetti, di programmi, di programmazioni, qui invece c'è stato un misurarsi
con delle frasi filosofiche, di un filosofo interessante e intensissimo come Deleuze,
e sentire cosa scaturiva e cosa veniva creato dai bambini attraverso questo.
2. In che cosa questo lavoro di sperimentazione
si differenzia dall'approccio più diffuso della "filosofia per i bambini"? Si
tratta di una filosofia dei bambini?
Si tratta proprio di una filosofia
dei bambini che si differenzia dalla filosofia per i bambini a partire dal fatto
che i bambini vengono lasciati liberi di misurarsi con dei disegni, con delle
immagini, con dei concetti, con delle intuizioni e viene fatto un lavoro di conversazione
sull'ampliamento della loro immaginazione sostanzialmente. Ciò che ogni managerialità
filosofica o non filosofica teme è il punto di forza di questo lavoro. Questo
lavoro non vuol dire semplicemente spontaneismo ma vuol dire appunto sperimentare,
sperimentare attraverso un minor numero di regole, regolamenti, disposizioni e
lasciare spazio alla creazione e all'invenzione e all'immaginazione dei bambini
che vengono semplicemente accompagnati, proprio come dire, presi per mano e accompagnati
tra l'altro in modi che possono essere anche discutibili, se vogliamo, perché
sono il frutto della creatività dell'insegnante che li accompagna. Ma come presi
per mano e accompagnati di fronte alla lettura di un disegno, di un'immagine,
i disegni della signora J. Duheme, e di un concetto scritto, il pensiero filosofico,
un pensiero, una frase filosofica vera e propria di Gille Deleuze.
Accompagnati
di fronte a queste cose i bambini cominciano a parlare, riferendosi a queste frasi,
a questi disegni e riferendosi a loro stessi e dunque incominciano anche a parlare
tra di loro. E lei vede bene che questo accompagnamento lascia molta libertà,
gioca molto su una ricodificazione dell'immaginazione e, per molti versi, è un
po' un aspettare che succeda qualche cose senza sapere prima che cosa potrà succedere.
In fin dei conti quel che è certa è la frase del filosofo, poi come faranno i
bambini a parlare, a dire, a esprimersi, ecco la potenza talvolta dell'espressione
della filosofia di un bambino di tre anni, che ha già una filosofia, che è già
portatore di forme di pensiero talvolta anche molto intense. Ecco è un lasciare
spazio a questi generi d'intensità attendendone la specificità: ognuno specifica
quello che sente più proprio, quello che sente più vicino per sé, questa è un
po' una pedagogia dell'esprimesi sostanzialmente che a volte attende estaticamente,
anziché esteticamente, quello che scaturisce dall'immaginazione, è un'attesa di
quello che scaturisce dall'immaginazione di questi bambini posti al cospetto di
una tradizione.
L'avranno capita? Non l'avranno capita? Tutto questo
riguarda la philosofhy for children. La children philosofhy, cioè la filosofia
dei bambini, non si interessa di questo. I bambini come gli adulti, come chiunque,
vengono posti di fronte ad una intensità e reagiscono per quello che succede dentro
le loro teste, dentro le loro storie, dentro le loro esperienze di vita. Ecco
in questo senso viene posto l'accento molto di più sulla libertà e sull'esprimersi
e vorrei dire sull'attesa di un elemento inatteso che può scaturire e molto meno
su ciò che è già predisposto e su ciò che deve essere considerato in una certa
maniera secondo gli ordini e le regole del pensatore filosofo adulto.
3. Deleuze ha scritto che la filosofia
è innanzitutto un atto di creazione e che è un'attività riguardante chiunque,
non soltanto i filosofi di mestiere. Quindi tu pensi che questo modo di lavorare,
di lasciare liberi i bambini (di parlare, di disegnare ecc) possa fare esistere
concretamente una scuola svincolata dall'istituzione, e quindi una scuola che
effettivamente lasci degli spazi per interrogarsi, riflettere, pensare, creare
dei concetti in grado di reggere alla prova dell'oggi, intesa anche come una messa
alla prova nel e del quotidiano?
Sì, io la vedo proprio così. E cioè,
non ci siamo mai posti il problema di chi conosceva di più o di meno la filosofia
di Deleuze, certo c'è sempre chi ne sa un po'di più e chi meno ma noi abbiamo
lasciato crescere queste conversazioni e abbiamo lasciato crescere questi spazi
vuoti non riempiti da predisposizioni, da disposizioni di adulti, o di filosofi,
o di pedagoghi o di quant'altro. E in questa zona liscia, se possiamo chiamarla
così, della scuola, si sono creati degli incontri interessanti: coi filosofi,
tra bambini, tra adulti e bambini, bambine. E dunque l'importanza di lasciare
dei vuoti. Noi viviamo in un momento in cui la pedagogia tende a riempire tutto
di riflessioni, di parariflessioni, di tecniche: è disgustosa anche questa pedagogia
che pretende di istituire anche delle scuole di libertà. Non c'è una scuola per
la libertà, in questo caso è la libertà che si è fatta scuola, che può diventare
occasione di scuola. Andare a scuola di libertà è una cosa disgustosa, sono cose
che poi ti portano in bocca, in braccio tutto l'americanismo del pensiero e del
pensare che peraltro va anche molto di moda ma qui c'è tutta un'altra storia ed
è la storia di insegnanti che incontrano i bambini attraverso le loro competenze,
il loro artigianato che hanno sviluppato nel corso degli anni e si fidano di questo
proprio artigianato e della capacità che ha ogni persona di filosofare, cioè di
promuovere delle zone di pensiero libero, delle zone di pensiero non predeterminato.
E da queste zone di pensiero non predeterminato può scaturire tutto un lavoro,
un laboratorio, un artigianato che consente di creare degli attrezzi, di creare
dei concetti fidandosi di questo imparare da ciò che viene da sotto e non solo
del calare dall'alto sostanzialmente e allora l'insegnamento del bambino diviene
molto interessante perché è sempre un genere, in un modo o in un altro, rispetto
ai modi tradizionali di pensare la filosofia nelle scuole dell'infanzia. Una specie
di cortocircuito, un modo di esprimersi che non è proprio quello che dovrebbe
essere e però questo cortocircuito entra con una precisione quasi matematica dentro
alla cornice che un autore come Deleuze pone in atto quando parla ad esempio di
letteratura minore.
Ecco questa è precisamente una sorta di filosofia
minore, di filosofia bambina che entra in impatto con la filosofia dei grandi
solo e soltanto dal punto di vista di ciò che fa difetto, di ciò che è cortocircuito,
e però questo cortocircuito se lo si segue, se lo si sa seguire, se lo si sa accompagnare
crea un tipo di divenire che assomiglia molto a quello che Deleuze con Guattari,
in Kafka per una letteratura minore chiama il movimento di una lingua minore,
che non vuol dire solo una lingua di scarsa importanza o di minore importanza
ma, come nel caso dicono così bene di Kafka, una lingua che scava dentro la lingua
che va per la maggiore e crea un divenire altro, che è appunto il divenire del
minore. Se e quando l'educazione riesce a fare riferimento al minore in termini
appropriati, in termini non banali, questo movimento del minore diventa un'occasione
per rimettere in discussione tutto il linguaggio logico-comunicativo della rete,
della lingua maggiore, della filosofia dei grandi che va per la maggiore.
E questo è sicuramente un indice che dal basso può emergere un insegnamento e
una espressione, che delle volte è anche un balbettio, una frase non particolarmente
azzeccata ma che però crea quel difetto, e per difetto, qualche cosa che assomiglia
alla liberta. Allora non c'è una scuola della libertà, non si deve andare a nessuna
scuola della libertà. La libertà è esattamente il movimento opposto, è "Ecco c'è
qualcosa", non è qualcosa che parla a scuola ma ecco qualcosa che in maniera imprevedibile
irrompe nella scuola e crea uno spazio di libertà.
4.
In quale tradizione pedagogica si può inserire questa sperimentazione? C'è
un collegamento con i tuoi precedenti lavori dedicati all'insegnamento/apprendimento,
alla conversazione, all'errore eccetera? E con la pedagogia critica?
E' una forma di pedagogia attiva che però lavora molto sulla passività e talvolta
sugli elementi di passività anche molto radicati. Un riferimento, che non è pedagogico
ma potrebbe anche diventarlo, è la filosofia di Bartleby, lo scrivano di Melville,
cioè quello scrivano che quando gli viene chiesto di fare qualcosa risponde sempre:
i would prefer not to, preferirei non farlo. E dunque si inserisce certo nella
tradizione, io spero, della Montessori , delle pedagogie attive però rivendicando
il movimento della passività che disattiva, più che dell'attività e dell'attivismo
fine a se stesso. Cioè la possibilità che i bambini ascoltino o leggano, o gli
venga letta una frase e poi la recepiscano e la poi riformulino attraverso il
loro modo di sentire, il loro modo di pensare.
Ecco questa passività
che tende a promuovere il minor tasso possibile di attivismo e di progettualità
a vantaggio, appunto, di un trovarsi di fronte a quello che succede, genera poi
a sua volta la possibilità che da questi spazi scaturisca una capacità di entrare
in relazione, di conversare che attende molto l'altro, cerca molto di più l'insegnamento
dell'altro anche se in apparenza è qualcosa di sbagliato, anche se in apparenza
è qualcosa di estravagante ma, d'altronde, anche l'estravaganza, anche l'errore
dovremmo abituarci a concepirlo come ciò che veramente fa del pensiero il pensare,
cioè la sua erranza: il pensiero e il pensare è errabondo, non è codificato. Questa
pedagogia che pretende di codificare questo e quello rischia di fallire in partenza
il proprio obiettivo se perde di vista l'erranza del pensare e appunto quel nomadismo
che poi consente di creare dei concetti. |