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Introduzione dell'autore
Inserita il: 04/05/2010
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È passato ormai molto tempo da quando numerosi paesi, tra cui la Francia e il Belgio, hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo riconoscendo, in questo modo, uno status giuridico al diritto all’identità, al rispetto del contesto culturale di ogni bambino e all’insegnamento della tolleranza. Nella pratica, però, l’educazione si è mossa con la lentezza di una tartaruga e ci sono ancora tantissime conoscenze da approfondire e diffondere per poter educare i nostri bambini nel suo spirito. Ce ne rendiamo conto ogni giorno nel lavoro che svolgiamo all’interno del VBJK, il Centro di Ricerca e Formazione per le Strutture Educative associato all’Università di Gand, in Belgio, che ha il compito di formare i professionisti della prima infanzia e di ideare progetti innovativi sulle strutture educative o le modalità di accudimento dei bambini.
La stampa, la televisione e gli altri mezzi di informazione diffondono tutti i giorni notizie sulla violenza e i maltrattamenti che gli uomini impongono ai propri simili: i discorsi intrisi di intolleranza proferiti dai gruppi estremisti e nazionalisti trovano un pubblico avido di odio e di violenza e i recenti attentati di New York, Madrid e Bali, le guerre dell’ex Jugoslavia, della Sierra Leone e di altri paesi sono costantemente presenti nei nostri ricordi. A Belfast, non sempre la popolazione osa attraversare la peace line, il muro della pace che separa due quartieri, mentre in Israele il processo di pace non sembra concretizzarsi, al contrario: il “muro della pace” diventa ogni giorno più lungo.
Chiaramente, questo libro non riguarda i problemi specifici di quei particolari luoghi. Anche se diventa sempre più “piccolo”, nelle nostre società assistiamo al passaggio da un mondo univoco e monoculturale a un mondo frammentato nel quale i gruppi si affrontano e si confrontano. Per un bambino che vive in Belgio, in Francia o in un qualunque altro paese dell’Europa occidentale è impossibile evitare di sperimentare la vita insieme agli altri. Che sia originario di Bruxelles, di Parigi o di un qualsiasi altro paesino del Galles, è utopico credere e sostenere che educare un bambino equivalga a prepararlo a vivere in un mondo tranquillo e omogeneo, in un paese in cui si parli una sola lingua, in cui viva un solo popolo e ci sia una sola cultura.
Che lo vogliamo o no, dobbiamo preparare i nostri figli a vivere nel mondo del XXI secolo, cioè in un mondo di scambi e di condivisione, in una società in continuo mutamento. Sebbene, al momento, la definizione di un mondo come questo resti ancora confusa ed evanescente, una cosa è certa: i bambini di oggi saranno indotti a costruire i ponti futuri che serviranno a unire gli uomini e le donne di domani. Il loro mondo sarà ancora più “piccolo” del nostro, e i mutamenti ancora più rapidi. I bambini che avranno imparato a vivere nel rispetto della diversità e delle differenze saranno più preparati, e la stessa cosa varrà per quelli che avranno avuto l’opportunità di crearsi una solida immagine di sé.
Un vecchio adagio egiziano recita: “Quando uno scarafaggio depone le uova in un muro, esclama: «Oh, si direbbe un collier di perle!»”. Tutti i genitori e tutti gli educatori si auspicano che i loro bambini diventino degli adulti felici e fiduciosi. Tutti noi vogliamo trasmettere ai nostri figli il benessere, la fiducia in se stessi e la sicurezza di essere amati per quello che sono, con le loro peculiarità e le loro differenze. Vogliamo vedere i loro occhi brillare di gioia, ma come fare in questo mondo frammentato, nel quale tanti giovani sono incapaci di rispondere a domande semplici e, nello stesso tempo, così complicate come: “Chi sono e da dove vengo?”. Numerosi colloqui con vari genitori mostrano che gli argomenti sviluppati in questo volume sono all’origine di una profonda inquietudine e di un grave smarrimento.
Guardando a cinquant’anni fa, si vede come le risposte date al cambiamento del mondo non fossero necessariamente perfette, e neppure del tutto adeguate. C’è, ovviamente, un motivo, e cioè che non eravamo preparati a sconvolgimenti così radicali. La maggior parte di noi è stata allevata con una visione semplice e immutabile del mondo che non consentiva di anticipare i cambiamenti. Questa scusante, però, non è accettabile per gli educatori che siamo: il futuro si costruisce oggi, con i bambini di oggi. Non c’è da dire molto altro per spiegare la ragione fondamentale di questo libro.
I bambini e i giovani di adesso sono costretti a celare una parte di sé agli occhi degli altri? Devono vergognarsi se, per esempio, non hanno il padre? Devono subire senza fiatare le canzonature degli altri, a causa del loro accento o per come si vestono? Devono celare le loro convinzioni religiose o il loro orientamento sessuale per paura della derisione e delle offese? In altre parole, i bambini devono rinnegare una parte della propria personalità e serbarne l’amarezza per il resto della vita? Le risposte a tutte queste domande sono, in parte, nelle mani degli educatori.
Secondo vari studi, ci sono bambini che, sin dalla più tenera età, non hanno un’immagine di sé positiva e rischiano, così, di sviluppare molto presto dei pregiudizi nei confronti di quelli che si trovano a essere, per un motivo o per l’altro, diversi da loro. Sappiamo che più il bambino diventa grande, più è difficile correggere un’immagine negativa di sé o contrastare pregiudizi sedimentati. Inoltre, sappiamo anche che il pregiudizio costituisce una minaccia per gli altri e limita la capacità del piccolo di rispettare e ammettere la differenza e la diversità.
Il termine “diversità” include la lingua, il sesso, le caratteristiche fisiche, l’origine sociale e la religione. Gli educatori influenzano molto il modo in cui i bambini concepiscono la diversità, quindi al VBJK lavoriamo molto su di loro perché acquisiscano la consapevolezza di questa influenza e per accompagnarli nella loro missione con i bambini, che consiste nell’aiutarli a crearsi un’immagine positiva di sé nel rispetto e nel riconoscimento della diversità. Le strutture educative collettive (nidi e istituti di quartiere per l’accoglienza occasionale, per periodi di tempo limitati, di bambini di età compresa tra tre mesi e sei anni), le strutture educative familiari (quando un bambino è accudito presso il domicilio delle assistenti materne) e la scuola costituiscono i luoghi nei quali il bambino muove i primi passi nella società e fuori della famiglia. Si tratta di passaggi tra la sfera privata e la sfera pubblica, di luoghi nei quali il bambino può vivere le prime esperienze sociali e dove riceverà e costruirà le prime rappresentazioni della società in cui entra, che gli comunica o meno un messaggio di benvenuto.
Per tutte queste ragioni mi sono interessato, in primo luogo, ai bambini sotto i sei anni, perché è a questa età che il piccolo comincia a prendere coscienza di sé e della sua relazione con gli altri, che si imbastiscono le basi della consapevolezza che ha dell’esistenza e della fiducia in sé, per poi costruire la sua vita futura. È anche il momento nel quale il piccolo sviluppa e pone in essere i suoi futuri comportamenti sociali.
Quest’opera propone ai professionisti della prima infanzia approcci che sono psicologici e, allo stesso tempo, pedagogici e presenta l’educazione infantile sotto un punto di vista sociale e politico, nel senso più ampio del termine. Lo scopo di questo libro è stimolare il dibattito e dare il via al dialogo tra psicologi, educatori e attori politici.
I primi due capitoli riguardano la scommessa fondamentale per l’educazione della prima infanzia, che consiste nel contribuire alla costruzione di un’immagine di sé positiva in un mondo frammentato, e avrebbero potuto intitolarsi “Come educare i bambini nella fiducia e nella stima di sé?” I due successivi, che prendono in considerazione la costruzione dell’immagine di sé e dell’immagine dell’Altro, propongono un approfondimento di questo tema, e avrebbero potuto intitolarsi “Come educare i bambini per permettere loro di vivere con gli altri?” Il capitolo cinque è dedicato all’ideazione di un metodo educativo basato sugli approcci della psicologia sociale e della psicologia dello sviluppo affrontati nei capitoli precedenti. Gli ultimi capitoli riguardano, invece, gli obiettivi di questo metodo educativo sottolineati nel capitolo cinque. I capitoli sei e sette, che presentano i diversi aspetti legati alla collaborazione dei genitori e propongono alcuni miglioramenti al metodo nei centri educativi, costituiscono la base di un progetto sociale costruito su un progetto educativo. Il capitolo otto, La Torre di Babele, propone un’analisi del multilinguismo che spesso genera discussioni e conflitti. L’ultimo capitolo, Il piccolo mondo, analizza il modo in cui organizzare e impostare in base ai principi sviluppati nel volume un gruppo di bambini nella struttura educativa per la prima infanzia o in una scuola elementare. L’allegato, infine, i cui propositi possono essere, a volte, lontani dal tema del libro, mette in luce i regolamenti giuridici relativi all’educazione infantile ai quali genitori ed educatori devono adeguarsi, in particolare la missione e il mandato enunciati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo.
Per concludere, mi sono ispirato all’epilogo scritto dall’autore franco-libanese Amin Maalouf per il suo libro Identità, nel quale egli esprime l’auspicio che, un giorno, i figli dei suoi figli si imbattano in questo libro nella biblioteca di famiglia, lo sfoglino, ne leggano qualche pagina qua e là e sorridano all’idea che, all’epoca dei loro nonni, era ancora necessario dire e parlare di cose del genere.
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