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Dalla prefazione di Paola Falteri
Inserita il: 24/05/2005

DALLE STORIE ALLA STORIA
Un percorso di Storia costruito fra metodologie e linguaggi trasversali
 
Autore: Giovanna Scopetani, 
2002
...
Il lavoro di Scopetani contiene vari motivi di interesse che mi sembra opportuno riassumere.
In primo luogo, esso si colloca - nel quadro della continuità dei cicli sperimentata a Scuola-Città - entro un curriculum di storia che consente agli insegnanti di dare spazio a percorsi di ricerca suggeriti da intenti metodologici, da scopi formativi e dalle motivazioni dei ragazzi, piuttosto che da vincoli meramente cronologici.

Le attività sulla storia personale nel primo ciclo, sulle origini del mondo o i miti, sul proprio albero genealogico o la "storia dei nonni" nel secondo ciclo, non sono intese semplicemente come propedeutiche o predisciplinari, ma come essenziali per la maturazione progressiva di una visione storica delle cose. Vale la pena forse rilevare che queste direzioni di lavoro rischiano talvolta di essere considerate adatte solo ai più piccoli e quindi miniaturizzate, a misura di bambino. In realtà sono tutt'altro che semplici e banalizzabili.

Tante volte abbiamo avuto occasione di sostenere che la storia personale, ormai parte integrante delle attività del primo ciclo, dovrebbe essere ripresa in altre età - certo con altri modi - e che l'autobiografia è uno spazio essenziale per la riflessività.


E lo stesso potremmo dire per i grandi interrogativi connessi alle origini del mondo e della propria esistenza. Ma in particolare vorrei rimarcare l'importanza di ciò che si indica sinteticamente come storia dei nonni.
I mutamenti intervenuti nella forma di vita lungo gli ultimi decenni, sono stati così radicali che i soggetti stessi che li hanno vissuti stentano ad elaborarli e quelli che non li hanno conosciuti direttamente hanno una comprensibile difficoltà a configurarseli. Chi, come me, è nato nell'immediato Dopoguerra, ha trascorso la sua infanzia senza televisione, né telefono, né frigorifero, né auto privata, né tanto meno computer. E accanto alle trasformazioni della cultura materiale, nominiamo almeno, tra tutti gli altri ambiti di esperienza, le differenze di genere e di età, che nella mia generazione hanno modulato in modo assai diverso la costruzione dell'identità sessuata, il rapporto con gli adulti, le fasi di passaggio che scandiscono l'esistenza. Queste mutazioni hanno aperto per le scienze umane interrogativi inediti sugli esiti attuali del cambiamento, soprattutto per quanto riguarda i contesti in gran parte o del tutto nuovi in cui le ultime generazioni si trovano a crescere. In fondo non sappiamo ancora bene come, ad esempio, la massiccia prevalenza delle esperienze indirette (mediate dalla comunicazione) e delle esperienze formali (predisposte dagli adulti e dagli apparati come i media e la scuola stessa) rispetto a quelle vissute in prima persona e in modo informale, incidano sulla costruzione del sé e sugli apprendimenti.


Tuttavia sappiamo, quanto meno, che i ritmi accelerati dei tempi attuali e l'urgenza della contemporaneità non deve distrarre dall'esigenza di acquistare una qualche coscienza del mutamento, pena di sminuire la nostra capacità di orientarci, di partecipare attivamente e di intervenire. È quindi essenziale che questa comprensione sia attivata a partire dalle elementari ed altrettanto importante sarebbe che gli ordini successivi di scuola raccogliessero lo stesso impegno e gli dessero seguito, senza considerarlo esaurito con l'infanzia: quando i ragazzi sono più grandi, possono capire meglio le forme e le ragioni del cambiamento, ma solo se ne hanno interiozzato il riconoscimento. Il lavoro che qui presentiamo, si caratterizza inoltre per la scelta di prendere ad oggetto della ricerca didattica le due guerre mondiali ed il fascismo: la timidezza o la reticenza che talvolta la scuola ha mostrato nell'affrontare le vicende del Novecento, ha deprivato gli allievi di un'opportunità necessaria di conoscenza, adducendo a giustificazione la difficoltà che si incontra a trattare del passato recente, come se la correttezza educativa e metodologica dell'approccio fosse garantita solo dalla distanza che ci separa dai fatti e come se la loro complessità diminuisse automaticamente con il passare del tempo.


In particolare gli anni che hanno fatto conoscere al nostro Paese la dittatura e la guerra e da cui è nato un nuovo ordinamento statale e costituzionale, non so quando diventeranno sufficientemente lontani. Da qualche tempo a questa parte, ogni volta che si dichiara definitivamente concluso quel periodo storico e possibile uno sguardo imparziale, emergono differenze profonde nella sua lettura e valutazione. Non so neppure se sarebbe giusto - oltre che possibile - "archiviare" quelle vicende. Ma ciò significa che a scuola non solo non se ne deve tacere, ma che al contrario è importante ricercare i modi migliori per trattarne, poiché saranno molte ancora le occasioni per interrogarci su di esse. Conta inoltre che i ragazzi sappiano come dittature e guerre di cui oggi si sente parlare per Paesi lontani nello spazio, in altro tempo hanno riguardato anche noi. In questa esperienza didattica si è fatto un largo uso delle fonti: l'esigenza di tener conto della loro accessibilità per i bambini, non ha diminuito la ricchezza dei documenti messi a disposizione dall'insegnante, che ha attinto anche al proprio archivio personale.


Davanti a quelle foto e a quelle lettere che le appartenevano, non dubito che i ragazzi abbiano avvertito la sua piena disponibilità a partecipare alla ricerca ed abbiano sentito di condividere con lei un lavoro importante di ricostruzione della memoria. Accanto alle fonti reperibili attraverso l'Istituto storico della Resistenza e a quelle di provenienza privata della maestra, è stato dato uno spazio importante alle tracce conservate nella memoria dei familiari dei ragazzi. Condivido la convinzione che i familiari siano dei mediatori centrali nel rapporto dei bambini con gli eventi che hanno coinvolto la comunità locale o l'intero Paese. Anche se gli adulti non ne parlano esplicitamente e volontariamente, in ogni caso sono il tramite della memoria e del senso di appartenenza per i ragazzi, almeno fino alla fase adolescenziale, quando - come nota Scopetani - il bisogno di distinzione e di autonomia rende il rapporto con i grandi più conflittuale e suggerisce forse di intraprendere altri percorsi didattici. Peraltro, oggi che sono i mezzi di massa a farsi grandi mediatori, è importante che l'"autobiografia familiare" sia vitalizzata e sollecitata dagli insegnanti: la narrazione, organizzando in forma comunicabile i vissuti personali diretti o i ricordi tramandati, attiva la circolazione di esperienze, la fecondità del racconto orale, la trasmissione culturale tra generazioni. Scopetani sottolinea come il metodo centrato sull'autobiografia familiare costituisca un elemento propulsore per le motivazioni dei ragazzi al lavoro storico, che diventa esplorazione di un passato concretamente incorporato nelle persone da cui è costituito proprio albero genealogico. È la relazione - con i familiari, con l'insegnante - a sostanziare il coinvolgimento, l'empatia, la corrente affettiva di cui si alimenta l'interesse per quelle vicende lontane.


Dai ricordi dei nonni si passa a fonti più dirette - materiale d'epoca, come appunto foto, cartoline, lettere, documenti legati al servizio militare - che dilatano le informazioni e gli interrogativi: giovani soldati che si fanno ritrarre in gruppo per ricordo o che per dare notizie a casa si affidano ad una posta controllata dalla censura, portano su di sé segni evidenti di una forma di vita diversa dalla nostra. Man mano che le fonti si fanno più oggettivate ed istituzionali, dietro ed accanto le microstorie si profilano le dimensioni collettive, il macrosistema di controllo e di potere, i movimenti politici e di opinione, e diventa necessario sempre più spesso consultare testi, spiegare terminologie, stabilire datazioni, collocare insomma il singolo frammento entro un quadro più generale.
Un altro momento importante è stato costituito dall'uso della fiction cinematografica, un ulteriore tipo di narrazione capace di suscitare un'alta partecipazione. Non c'è dubbio che film come "La notte di San Lorenzo" pone questioni di comprensione, di impatto emozionale, di formulazione di giudizi sui personaggi e sui loro comportamenti, ma, come testimoniano i testi e le riflessioni prodotte, i bambini, sostenuti dalla guida dell'insegnante, hanno maturato una capacità di lettura adeguata. Una ricerca didattica che, a partire dalla pluralità delle esperienze e degli orientamenti, fa attenzione a rilevare i differenti punti di vista, che non appiattisce la complessità dei conflitti storici dandone una descrizione del tutto pacificata, che si appoggia alla solidità del metodo e della relazione educativa e soprattutto si incentra sulla sensibilità conoscitiva ed affettiva dei ragazzi, può trattare temi e problemi che in altri modi non sarebbero facilmente affrontabili.

Ricordo un'insegnante che, al nostro primo incontro in un gruppo di lavoro, chiedeva consiglio a proposito della difficoltà che incontrava in una quinta elementare composta per metà da allievi tedeschi (cosa non rara in alcune aree dell'Appennino umbro), quando si erano trovati a studiare le due guerre mondiali. Mi limitai a dire che forse si doveva interrogare sul suo modo di concepire e di praticare l'insegnamento della storia. Fu una risposta evasiva di cui non vado fiera, ma fu suo merito raccogliere la provocazione ed intraprendere modalità didattiche diverse che rendessero possibile tra i ragazzi il confronto.


Perché un libro?


Ho sviluppato questo percorso coi ragazzi in concomitanza con un laboratorio MCE sulla didattica della storia che si era dato la consegna di raccogliere materiale sul quale lavorare con i ragazzi.
Il mio gruppo aveva scelto la I guerra mondiale. Ne faceva parte Giovanna Bencistà dell'Istituto Storico della Resistenza, grazie alla quale abbiamo avuto accesso a un ricco materiale di tipo archivistico, a memorie di testimoni, all'emeroteca dell'Istituto stesso. Da parte nostra abbiamo poi raccolto, attraverso una ricerca individuale, fonti di tipo letterario, cartoline, foto ecc.
Per il ventennio fascista e la guerra i ragazzi hanno trovato documenti direttamente nell'archivio dell'istituto, dove ci siamo recati in visita.
La ricerca sulle fonti è stata molto interessante ed ha permesso loro di fare il percorso dello storico.
Abbiamo poi avuto bisogno di ricercare alcune notizie o ricostruire la successione di alcuni eventi sui libri, come del resto fa anche lo storico, che utilizza nelle sue ricerche studi condotti da altri, ovvero le fonti storiografiche.
Perché dunque fare un libro di questo lavoro? Non tanto per mettere in luce un prodotto, quanto piuttosto un percorso, che ci è sembrato degno di interesse, e per restituire a loro, al gruppo di bambini oggi adolescenti, il senso complessivo della loro fatica.

Mi sto accorgendo, a lavoro terminato, che più che altro questo libro contiene il racconto di questa nostra avventura. Spero che lo abbiamo reso piacevole per chi lo legge e, soprattutto, che abbiamo saputo, i bambini ed io, dare l'idea di quanto ci abbia appassionati e fatti crescere.
È diretto agli insegnanti ma anche ai genitori, poiché ognuno di loro, e di noi, è anche il frutto di ciò che sono stati in grado di darci, che hanno pensato e provato i nostri genitori e nonni. Questa riflessione di fondo, che attraversa le pagine del libro, è perciò qualcosa che riguarda tutti perché ognuno deve fare i conti con la propria storia familiare, forse tanto più quanto maggiormente se ne senta lontano.
Sono assenti gli aspetti tecnici legati alle "mappe concettuali", all'esplicitazione degli obiettivi didattici, al versante strettamente cognitivo ed è perciò assente anche il lessico specialistico che ad esso si riferisce. La scelta non è stata casuale, anzi, in un certo senso, è stata obbligata, e la ragione sta in quello che ho appena

 
     
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