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Intervista a Laura Mancini, di Francesco Langella
Inserita il: 30/11/2005

IL LINGUAGGIO DEL COLORE
Le prime fasi dell’espressione in un laboratorio del colore con bambini di due e tre anni
 
Autore: Laura Mancini, 
2005
TERZA EDIZIONE RINNOVATA
Il Metodo dei Laboratori di Espressione con il Colore è stato messo a punto dall’autrice in più di trenta anni di ricerca...
Il Linguaggio del Colore e il ben-essere della Persona

Intervista a Laura Mancini a cura di Francesco Langella

A venti anni dalla prima pubblicazione è uscita la terza edizione del libro "Il Linguaggio del Colore" in cui Laura Mancini presenta i suoi Laboratori di Espressione con il Colore nella loro definizione per la prima fascia di utenza: i bambini di due e tre anni di età.
L'esperienza, consolidatasi in trenta anni di ricerche e approfondimenti, è stata verificata in diverse regioni d'Italia, sia nella Scuola che in Istituzioni di Prevenzione, Recupero, Detenzione e in Strutture Sanitarie di Assistenza, Riabilitazione e Cura.
Nella sperimentazione di questo Metodo emergono sia una possibilità di ritrovamento e riconoscimento di sé, sia quella di una forma di prevenzione, di terapia, di ben-essere e di gioia vitale.

Francesco Langella, direttore della biblioteca per ragazzi De Amicis di Genova, intervista Laura Mancini, ideatrice del "Metodo dei Laboratori di Espressione con il Colore"

Incontro Laura Mancini alla Biblioteca internazionale per ragazzi Edmondo De Amicis, dove abbiamo seguito con particolare attenzione la sua ricerca e l'impegno, professionale e umano, profuso con i suoi Laboratori di Espressione. La giornata è favorevole. Ci sediamo in uno dei tavolini rotondi del 2° modulo della "DEA", di fronte a noi il Porto Antico di Genova con le sue imbarcazioni in attesa di salpare per qualche luogo, per nuove rotte. Il nostro sguardo si confonde in questo sfavillio di luci, di colori. Quale migliore viatico per discutere sulla sua esperienza culturale e di vita? Un po' come archeologi ci addentriamo nel nostro comune percorso professionale di ricerca: tra persone, proposte educative vissute nel confronto con l'altro.
L'occasione ci viene data dall'uscita di una nuova edizione del libro "Il linguaggio del colore".

Laura, puoi ripercorrere le tappe salienti, che hanno portato alla realizzazione dei tuoi laboratori del colore? Contestualizzaci storicamente e culturalmente la tua proposta. O forse più semplicemente: com'è iniziata questa avventura?

Ho iniziato a lavorare ai Laboratori di Espressione con il Colore nel 1973, a Napoli, all'interno del Centrobambini, una associazione di educatori e genitori sui problemi dell'infanzia. L'esperienza si collocava pienamente negli accesi dibattiti del momento su scuola-famiglia e sul taglio corretto che istituzioni, e assetto politico-sociale più in generale, avrebbero dovuto assumere nei confronti della Persona e dei suoi bisogni più profondi.
Facevamo parte del gruppo nazionale M.C.E. (movimento cooperazione educativa) e del Coordinamento Nazionale Asili Nido che faceva capo a Loris Malaguzzi e ai pedagogisti italiani "innovativi" in quel momento, impegnati soprattutto in Emilia, Umbria e Toscana e in Lombardia. Ci interessavano la famiglia, la scuola e gli spazi sociali in cui si ipotizzava una pratica educativa e di supporto ad una crescita sana, felice e armonica del bambino. Il Bambino come detentore di un diritto irrinunciabile, quello alla Vita pienamente vissuta.
Lavoravamo sperimentando nuove piste, discutevamo e lottavamo perché tutto questo diventasse realtà concreta e diffusa. Erano anni di grande impegno culturale, sociale e politico, caldi e vibranti, dove nulla era scontato o già definito. Dove sembrava che tutto potesse evolversi, in un mondo impegnato a creare una società più rispettosa dei diritti di ogni individuo e, quindi, più giusta.
Una società di Pace e in Pace. Anche se eravamo pronti a qualsiasi lotta.

"Non abbassare mai il tiro" è il consiglio testamento che ebbi allora. E a trenta anni di distanza, senza avere mai chiuso gli occhi sulla realtà che si modifica intorno, "oggi più che mai" continuo le mie ricerche sul campo ed i miei studi, guidando gruppi di adulti in questa esperienza di uso del Colore, collaborando con Enti ed Istituzioni nei loro programmi di formazione/aggiornamento, e formando nuovi Operatori dei miei Laboratori.

Come scriveva un filosofo "essere radicali significa andare alla radice dei problemi". La stessa metodologia "radicale" sembra ispirare il tuo intervento. Ci puoi dire che cosa sono i tuoi Laboratori di Espressione con il Colore?

Molto sinteticamente i Laboratori sono Spazi coerenti con un paio di considerazioni di fondo: che l'Espressione è una potenzialità dell'Uomo, e che il Colore è un canale permanente di relazione tra i due grandi mondi della nostra realtà in vita. Quello esterno (persone, cose, accadimenti) e quello del sé preesistente e vivo al momento.
Nell'ottica di una Espressione possibile, al loro interno, si favorisce l'instaurarsi di un rapporto diretto tra la Persona e il Colore riconoscendo che quest'ultimo determina pensieri, sensazioni e riflessioni ed è strumento disponibile per la esplicitazione di sé, dei sentimenti, delle emozioni e del pensiero in divenire. Il Colore come amico, disponibile a collaborare per rendere possibile raccontare quello che si è, che si è stati, che si vorrebbe o non vorrebbe essere, così come ciò che in noi determina gioia o ci terrorizza, i sogni e i desideri più assoluti.

Chi sono i destinatari della tua proposta di espressione e che differenza trovi nell'operare con i bambini o con gli adulti?

Queste premesse, al primo impatto, potrebbero far pensare ad una proposta destinata solo a persone consapevoli e interessate a tutto ciò. Ma Espressione, Linguaggi Naturali e Colore sono potenzialità dell'essere umano, quindi presenti in ogni persona fin dalla nascita, non inseribili o sottraibili, ma soltanto sviluppabili e potenziabili. O soffocabili, purtroppo!
Io ho lavorato con persone di tutte le età... dalla nascita alla morte, mi piace dire. E in un arco di tempo così ampio accadono le cose più logiche e le più imprevedibili, le più drammatiche e le più entusiasmanti.
Le considerazioni di oggi, sul Laboratorio, sono frutto di analisi rigorose a cui è stato sempre sottoposto il mio lavoro e quello dei tanti Operatori che hanno portato avanti l'esperienza in situazioni molto differenti e un po' in tutta Italia e, quelli che possiamo chiamare "risultati... positivi" noi li abbiamo verificati con: bambini, adolescenti, anziani, genitori e nonni, malati, disadattati, malati mentali e terminali, disabili, traumatizzati, persone in fase di recupero o in segregazione, così come con chi viene definito "nella norma".
Per tutte queste Persone (a prescindere dalla loro età) io non ritengo indispensabile o utile una coscienza-consapevolezza razionale dei processi che avvengono nel proprio percorso di Espressione. Credo piuttosto che questo "Tempo" vada fortemente protetto da ogni analisi, lettura o interpretazione perché, se il movimento espressivo si sviluppa, chi lo ha vissuto lo percepisce e ne assimila i dati. A livello forse poco razionalizzabile, ma certamente permanente e determinante.
Relativamente alla variabile "età", così come per quella "situazione o contesto vissuto" l'attenzione alle differenze di fruizione della proposta e più in generale relative all'uso di un Linguaggio Naturale e complesso come quello del Colore, è uno dei campi di studio più interessanti di tutti questi anni.
Tanto logica da sembrare quasi banale, la "scoperta" più importante è che le vere differenze nascono dalle diversità tra le Persone. Non su altri parametri. Parallelamente, però, va anche considerato che l'uso di un linguaggio naturale determina sempre un percorso di apprendimento costituito da una catena di passaggi consequenziali e assolutamente insopprimibili. Ecco perché "le fasi" che percorre un bambino piccolo sono così fortemente analoghe a quelle di un adulto che inizia a rapportarsi a quel linguaggio. Con tutte le differenze del caso, si capisce, ma con un collegamento logico tra le sperimentazioni che può essere in una sola direzione.

Quanto c'è di terapeutico nei laboratori di espressione con il colore?

Io non parlo dei miei Laboratori come di spazi terapeutici, dico piuttosto che l'Espressione è un meccanismo altamente terapeutico perché ri-porta all'equilibrio tra passato, presente e sogni-aspettative per il futuro.
Si tratta, quindi, di riconoscere o meno a questi miei Spazi, dove si gioca la relazione diretta tra sé e il Colore, la valenza di luoghi di vera Espressione.
Nei miei Laboratori non si viene a imparare o ad esibire capacità o disagi. Non si viene per misurare e chiedere riconoscimento dei passaggi anche conoscitivi che avvengono, né tantomeno per ottenere valutazioni o giudizi.
In questi Spazi "si vive", non "si produce" la propria Espressione.
Ed è dentro queste scelte che si determina un senso di equilibrio interiore, di serenità e di piacere nel vivere e sperimentare elementi sempre inediti di una vita possibile. Questo aspetto del mio lavoro, questo ben-essere della Persona che vive la propria Espressione (come molti altri) io l'ho scoperto nei Laboratori stessi. Inizialmente mi accorgevo soltanto di un senso di serenità e soddisfazione sottile che accompagnava bambini e adulti dopo il loro lavoro con il Colore. Solo il successivo approfondimento di cosa sia veramente l'Epressione mi ha fatto capire quel sorriso degli occhi che emergeva anche in chi aveva affrontato momenti di rabbia o disperazione.

In un'epoca di "passiono tristi" è, forse, ancora più attuale rispetto alle origini il metodo che costituisce il senso dell'esperienza del laboratorio. Perché?

Vivere la propria Espressione abitua all'analisi oggettiva delle situazioni vissute e delle risultanti emozionali e di pensiero che vi si generano e matura la capacità di accoglienza, di sé e dell'altro, nel rispetto di caratteristiche e mutevolezze. È un discorso di buon equilibrio. Nel riconoscimento dei propri aspetti migliori e peggiori visti non come dati immutabili, ma come realtà che si evolvono vivendo. In questa ottica non esiste la definizione assiomatica di buono/cattivo, capace/incapace, genio/nullità e perde di significato il sogno-riferimento a miti imperanti nella società di appartenenza. Questa libertà di analisi, di sentimenti e di astrazione abitua anche alla formulazione di un pensiero in cui non c'è posto per chi ha solo ragione o solo torto.
Non si tratta di tolleranza o di acquiescenza, perché attraverso questi percorsi si matura una alta capacità di lettura oggettiva delle situazioni. Questa competenza di analisi, piuttosto, apre ad una disponibilità al confronto permanente con se stesso e con chiunque può essere in quel momento definito: l'altro. I valori di libertà, uguaglianza, pari opportunità e pace sono OGGI argomenti veramente seri su cui dibattere, e sono urgenze a cui è impellente dare una risposta.

In alcuni articoli che parlano dei tuoi laboratori si inquadra la tua esperienza come un percorso di pace. Ci puoi spiegare compiutamente questo aspetto del tuo Metodo?

Quello che stavo dicendo è anche un discorso sulla capacità di... praticare Pace, non solo di parlarne o teorizzarla. Vivere la propria Espressione determina una consuetudine all'incontro con l'inprevisto e l'inedito. Inoltre l'apertura-accoglienza che ne è alla base delinea un campo di relazioni sempre possibili tra il sé presente e "l'altro" (magari anche l'altro sé) di quel momento. Per capire meglio possiamo visualizzare il meccanismo di Espressione in una forma circolare, aperta e in perenne ampliamento. Essa parte dal sé precedente, tiene conto delle acquisizioni recenti, lascia che questi campi si relazionino tra loro e sollecita l'emergere dei dati risultanti. Tutto ciò si autoreplica permanentemente ed è profondamente equilibrante perché, parallelamente, tiene conto: delle realtà più profonde della Persona (oggi sono... così), delle caratteristiche del dato sopraggiunto (questo elemento è costituito da), di quello che veramente si determina nel proprio spazio elaborativo (al di là di ogni previsione provo: amore, odio, gioia, sofferenza). Equilibrio interiore, quindi, accoglienza completa e senza condizioni. Potremmo dire: Pace interiore?
Da molte parti oggi, ci si chiede quale è la strada che porta alla Pace. Io e il mio lavoro, invece, siamo con chi sostiene che... "non c'è una strada per la Pace, perché è la Pace la strada!"
Nei Laboratori noi cerchiamo di attuare una pratica permanente di gioia interiore per rendere possibile il vero incontro con se stesso e con l'altro.

Nel tuo percorso di ricerca che importanza hanno avuto i testi che hai pubblicato: "il linguaggio del colore", "un sasso" e "da bambina volevo fare l'astronoma" ?

"Il linguaggio" mi fu imposto! Da genitori e insegnanti che cominciavano a conoscere il mio lavoro. E avevano ragione, c'è sempre il rischio di non pesare a sufficienza il senso e il valore delle proprie esperienze. Il resto segue a ruota perché, dopo la prima stampa del "linguaggio" (nel 1986) incominciò lo scambio allargato con chi, pur non avendomi incontrata direttamente, sperimentava il Metodo nella propria realtà, magari scolastica, un po' in tutta Italia.
Finalmente non si parlava più soltanto delle risultanti del mio lavoro diretto, ma di quelle relative alla applicazione del Metodo! Per me fu talmente importante verificare il Laboratorio dei due e tre anni, attraverso il lavoro di altri, da rendermi indispensabile il precisare con un altro libro ("un sasso" Ed Junior 1996) come questa esperienza era applicabile a tutte le età. Nel frattempo, infatti, io lavoravo già molto con tutte le tipologie possibili di adulti e, mentre gli anni passavano, crescevo nella comprensione di tutto quello che può essere, e può dare, un momento di vera Espressione. L'incontro con tante persone mi imponeve anche di guardare da vicino sofferenze eclatanti o molto mascherate e, quindi, di approfondire il senso di "malessere, sofferenza, malattia, salute, benessere".
Parallelamente, scrivendo scrivendo, avevo scoperto il piacere della parola che diventa forma, suono, movimento di energia nello spazio, e avevo avvicinato adulti e bambini veramente malati con cui l'amore e la poesia potevano passare grandi parole e sostanziosi discorsi. Così nacque Mimille, piccola delicata protagonista di una vita-insegnamento e del mio "da bambina volevo fare l'astronoma" (Ed Junior 2001) in cui cerco di precisare il valore terapeutico di un intervento che si muove intorno alla Persona.

A cosa stai lavorando oggi ("oggi più che mai" come ami dire)?

Oggi continuo a condurre i Laboratori di Colore e il lavoro di Espressione-Terapia, per gli Adulti. Già da diversi anni, invece, ho lasciato le attività con i Bambini per ricavare il tempo necessario ai Corsi di Formazione dei nuovi Operatori, e alla loro Supervisione. Questo lavoro mi è particolarmente congeniale e risulta sempre fonte di rinnovata energia. Per ogni nuovo Operatore, infatti, c'è una nuova voce che racconta i Laboratori, che si interroga, che pone domande. Questo è il futuro e va coltivato.
Nel corso degli anni, poi, gli approfondimenti sulla Espressione mi hanno portato ad una attenzione ancora più minuziosa alla Persona e ai suoi bisogni più profondi. Così mi sono particolarmente avvicinata alla Natura... perché l'Uomo ne è parte e ne è costituito.
E da quì nasce un filone di lavoro dal titolo intrigante: "dall'Uomo nella Natura, all'Uomo che è Natura" che prevede stages teorico-operativi e... vacanze in spazi adatti ad una rigenerazione profonda ed alla acquisizione di capacità più ampie di ricezione e di uso di tutti i linguaggi naturali.

Insomma oggi, oggi più che mai, a me viene voglia di ripetere le parole che venti anni fa aprivano il primo capitolo del Linguaggio del Colore: "da tutti gli anni trascorsi... nei Laboratori di Espressione ho ricavato una gioia profonda ed una carica immensa di vitalità". Sono parole semplici, è un inno alla vita e al coraggio di vivere ogni esperienza che ci si presenta. E questa "gioia profonda" mi fa dire con forza anche molti NO.
No, a me non piace l'anticipo scolastico, la scuola-vita "breve" che aggrega apprendimento a inserimento lavorativo, che teorizza il fare-produrre e non il vivere-essere, che non ex-duce più un bel niente, non mi piace l'Azienda Sanitaria, e che la nostra cultura-democrazia sia imposta come l'unica "evolutiva e giusta". E allora? Allora non abbassiamo il tiro, perché Spazi in cui praticare creatività, rispetto, libertà di pensiero, e libertà nel rispetto esistono... o possiamo costruirli con le nostre mani.
E questa, se vogliamo, possiamo anche osare chiamarla una strada di Pace.

Grazie a Laura Mancini abbiamo ripercorso un bel pezzo della nostra vita professionale e probabilmente abbiamo messo le basi per nuove avventure che sanno di un futuro non troppo lontano...

 
     
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