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Dalla presentazione di Paolo Ferri e Stefano Merlo
Inserita il: 21/10/2006

IL BAMBINO AUTORE
Comunicare e cooperare in internet
 
Autore: Stefano Merlo, 
2006
Presentazione di Paolo Ferri e Stefano Merlo...
Presentazione di Paolo Ferri e Stefano Merlo

 

Mentre andavo a prendere la macchina in garage ho incontrato una coppia di ragazzi di circa  16-18 anni che stavano litigando ad altissima voce. In particolare lei aveva una crisi di pianto ed accusava lui di non amarla più e anzi di non capire come mai venisse trattata in questo modo. Rinfacciava a lui di non aver risposto a ben quattro messaggini che il giorno prima gli aveva inviato .

L’episodio mi ha fatto sorridere e pensare a come siano cambiati i tempi e come tutto sia diventato più immediato e capivo l’ansia della ragazza che non aveva avuto risposta in giornata a ben quattro richieste d’amore.

Come si dice: “ai miei tempi”…  la comunicazione amorosa a distanza avveniva per lettera e i tempi tra scrivere una lettera, spedirla, riceverla, leggerla, rispondere e attendere… erano talmente dilatati, quando poi la lettera non veniva persa dalle poste, da creare un clima disteso tra i due innamorati. Per quattro lettere ci volevano almeno un paio di mesi! La rapidità con cui questi ragazzi si mandavano quattro missive con relative risposte o non risposte era tale da giustificare l’imminente crisi di nervi della ragazza!

Immagini come queste diventano sempre più diffuse in una società dove la tecnologia di Internet, dei blog e dei telefonini sta creando una modalità di comunicazione che è una vera e propria rivoluzione nel nostro modo di relazionarci con gli altri.

La scuola deve essere preparata ad affrontare questi cambiamenti ormai largamente diffusi tra i ragazzi e gli adolescenti tanto da coinvolgere il loro modo di pensare e agire.

In un momento in cui l’informatica è diventata una materia di insegnamento con relativi piani di studio anche  nella scuola elementare seguendo però degli schemi aziendalistici, dove l’educazione alla produttività fa da padrona, questo libro si pone l’obiettivo di spostare l’attenzione dal bambino che impara il computer al bambino che utilizza il computer per comunicare e fare attività didattica secondo una pedagogia basata sulla comunicazione e sul cooperative learning.

La storia del computer nell’educazione parte da lontano. Inizialmente, sotto l’influsso del comportamentismo di Skinner, l’ipotesi più accreditata intendeva i computer come vere e proprie macchine per insegnare. Le macchine, opportunamente programmate, avrebbero dovuto insegnare ai bambini e addirittura, in America alcuni progetti governativi stavano davvero lavorando su questo, sostituire gli insegnanti.

Erano anche gli anni in cui l’entusiasmo per i computer faceva ipotizzare la creazione di modelli informatici che riuscissero ad imitare alla perfezione la mente umana. Era intorno al 1966 che Joseph Weizenbaum, professore emerito della Facoltà di Informatica al MIT, pubblicò un programma relativamente semplice chiamato ELIZA.(1) Il programma simulava l’interazione tra uno psicanalista e il suo paziente. Il paziente seduto davanti alla tastiera di un computer poneva delle domande o parlava di sè e in una stanza attigua un computer con il programma ELIZA e una persona interagivano con il paziente. Il paziente non era in grado di accorgersi se il suo interlocutore fosse l’ uomo o il computer perché le risposte erano sempre pertinenti. Questa prova dimostrava come fosse possibile per un programma comprendere il linguaggio naturale, coinvolgendo un umano in una conversazione. ELIZA replicava pertinentemente all'interlocutore poichè applicava regole di pattern matching. E’ stato il primo programma di chat.


Weizenbaum rimase quasi allibito nel vedere che il suo programma veniva preso talmente sul serio da alcuni utenti che arrivavano ad utilizzarlo nelle vere terapie psicanalitiche  raccontandogli i propri sentimenti. Anche in questo caso qualcuno auspicò l’impiego di queste macchine al posto di veri psicanalisti molto più costosi. Egli iniziò, dunque, a pensare filosoficamente alle implicazioni derivate dall'Intelligenza Artificiale e ne diventò uno dei maggiori critici. Nel 1976, nel suo libro Computer Power and Human Reason, Weizenbaum mise in risalto  tutta l'ambivalenza della materia “dato che l'intelligenza artificiale è cosa possibile, noi non dobbiamo mai permettere ad un computer di prendere importanti decisioni perchè i computers non avranno mai qualità umane quali compassione e saggezza”. Weizenbaum anticipa l’eresia che coinvolgerà altri scienziati informatici tra cui Stoll sostenendo, a proposito della scuola, la stessa tesi che Stoll pubblicò, molti anni dopo, nel libro Confessioni di un eretico high-tech.

Diceva Weizenbaum: “se per esempio io dicessi che il computer è utile nella scuola, e che a scuola bisogna usarlo, non direi la verità: esso è utile solo in quelle scuole che sono buone scuole anche senza computer.”

In questo brano tratto da un racconto di Asimov e che si trovava in quasi tutti libri di lettura della scuola primaria e le antologie della scuola media si respira il clima allarmato che nasceva dall’impostazione didattica che veniva data all’utilizzo del computer come macchina per insegnare.

“Margie se ne andò in classe, l’aula era proprio accanto alla sua cameretta e l’insegnante virtuale la stava già aspettando. Lo schermo era illuminato e diceva:

- Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura.

Margie obbedì con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino.

Ci andavano tutti i ragazzi del vicinato che ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata.

Imparavano le stesse cose così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.

Margie stava pensando ai bambini di quei tempi e a come dovevano amare la scuola.

Chissà, stava pensando, come si divertivano!”

 

Nell’impostazione pedagogica che in questo libro viene illustrata si presta invece molta attenzione a che il computer non porti all’solamento e affinché non sia mai un solo bambino a interagire con esso. In quello che traspare dalle indicazioni date in ogni attività proposta, gli insegnanti fanno sì che gruppi di 3-4 bambini interagiscano con un computer dopo che hanno svolto un lavoro di relazione, mediazione e negoziazione tra di loro, con gli altri alunni della classe e con gli alunni delle altre scuole.

 

Nel clima illustrato sopra, dovuto soprattutto all’interpretazione che veniva data alle teorie espresse dal comportamentismo di Skinner, si inserisce, per fortuna, il lavoro di Papert. Esso ribalta questa  impostazione sostenendo che i computer debbano essere usati in modo ludico e costruttivo per liberare la creatività dei bambini e per potenziare le loro “intelligenze multiple”.

La sua affermazione, che si può sintetizzare nella frase “non sono i computer che devono insegnare ai bambini ma i bambini che devono insegnare ai computer”, è rivoluzionaria ancora oggi.

Tra le attvità del Bambino Autore, in Logo, ginnastica per la mente, si sviluppa il discorso di Papert che propone di utilizzare il suo linguaggio LOGO sì in termine creativi, come lui auspica, ma con un valore aggiunto che è la cooperazione tra gli alunni di scuole diverse che realizzano un progetto complesso negoziando le parti in cui si può suddiviso il progetto  stesso le disegnano una per scuola e, infine, riuniscono il tutto a ricomporre il disegno iniziale. 

 

Da Rousseau in poi molti pedagogisti hanno enfatizzato il principio dell’autoformazione attraverso l’azione diretta del soggetto sulla realtà. Alcuni, come Cousinet e Freinet, hanno posto l’accento sugli aspetti pedagogici dell’attività nel gruppo; altri (Vygotskij) hanno sottolineato l’importanza della comunicazione nello sviluppo del pensiero. Comunque ne deriva l’idea di un sapere che non è trasmissibile: se l’unico modo di apprendere è compiere esperienze originali, sia che si tratti di allevare lombrichi o realizzare prodotti multimediali oppure di dibattere insieme ad altri tesi contrapposte su temi di attualità, non ha senso un insegnamento che pretenda di trasmettere al discente, dall’esterno, un’idea elaborata dall’esperienza altrui.

Il Bambino Autore non è tuttavia solo un bambino attivo nell’apprendimento: è un soggetto interattivo, che costruisce e aggiusta continuamente la propria rappresentazione del mondo muovendosi tra regole socio-culturali  e convenzioni linguistiche, all’interno di sistemi complessi di segni/significati. Il linguaggio è mezzo per l’espressione personale e il racconto, pratiche che consentono di impadronirsi del significato delle cose; i contenuti della narrazione diventano a loro volta, attraverso i meccanismi dell’interpretazione, il pretesto per accedere ad una conoscenza intersoggettiva. Si tratta, dunque, di un bambino che la scuola di Ginevra post-piagetiana definisce proattivo, che crea e produce qualcosa di completamente nuovo per sé e per gli altri attraverso la propria attività.

Paradossalmente in una società dove i media hanno il sopravvento in tutte la manifestazioni culturali, sociali e politiche, la scuola è rimasta in gran parte ferma al vecchio modello della trasmissione del sapere attraverso la stampa.

Messaggi iconici, elettronici e televisivi bombardano la mente dei bambini, la scuola deve insegnare loro a decodificarli per non farsi dominare dal nuovo, per poter vivere in questa società come donne e uomini liberi.

Ecco perché l’alfabetizzazione informatica è la condizione necessaria per poter vivere nella civiltà della comunicazione.

In questo libro si auspica che la scuola non rimanga insensibile di fronte alle innovazioni, ma che non fornisca neanche solo competenze tecniche o conoscenze di questo o quel programma, non debba far sì che il bambino utilizzi la macchina come strumento d’ufficio, ma sviluppi le conoscenze delle nuove tecniche comunicative da affiancare alla comunicazione in presenza. In questo modo il bambino non sarà solo fruitore, con problemi di dipendenza o di ritiro dal contatto sociale, ma diventerà autore, attraverso il dialogo con altri di qualcosa che va oltre i confini della singola scuola, diventando capace di sviluppare quello che Pierre Lévy chiama intelligenza collettiva cioè  la messa in comune delle capacità mentali, dell'immaginazione, delle competenze che permettono alla gente di collaborare, di lavorare e di apprendere insieme.

Negli ultimi anni con la legge 53/03 e soprattutto con il D.lgs 59/04 l’area del ITC è entrata a pieno titolo nel percorso educativo fin dalla scuola dell’infanzia.

Se i programmi dell’85 auspicavano l’uso del calcolatore come strumento necessario nella società contemporanea, il PSTD ( 1997/2000) si poneva come azione innovativa finanziando, per la prima volta in Italia, la costituzione di un laboratorio di informatica in tutte le scuole elementari e medie, la C.M 152/01 finanziava invece l’ampliamento delle infrastrutture, così il D.lgs. 59/04 pone le ICT come ambiente per la didattica laboratoriale mettendo in luce quanto già da anni noi dicevamo.

Per dirla con Maragliano: ”L’informatica non è una disciplina, ma pur avendo obiettivi propri, deve essere un’attività che integra e rielabora obiettivi già  della classe. Multimedialità e ipertestualità costituiscono non saperi nuovi, ma forme nuove di organizzazione del sapere. Esse quindi non ci danno contenuti nuovi, ma nuovi modi di organizzare quelli che già abbiamo”

Il  “valore aggiunto” sta  in un modo nuovo di organizzare le attività così come si può ben vedere dagli esempi riportati nel libro.

Ritornando al problema della comunicazione tramite Internet vediamo che nelle recenti ricerche realizzate dal gruppo di Pier Cesare Rivoltella i preadolescenti italiani si orientano verso una fruizione della rete soprattutto passivizzante, cioè le modalità di uso più semplice e più facile: cercare immagini, guardare video, ascoltare musica, cercare siti. Queste modalità sono e saranno probabilmente ancora per lungo tempo le modalità più diffuse di utilizzo della rete in modo solitario rispetto alle attività più complesse e creative come partecipare a gruppi di discussioni, comunicare in tempo reale oppure creare pagine web. Tutto questo mentre si inizia a diffondere, anche in modo implicito, che Internet sia uno strumento importantissimo per la comunicazione e la socializzazione.

Lentamente anche nei preadolescenti si sta diffondendo come uno dei prioritari utilizzi di Internet la posta elettronica e la partecipazione a blog.

La posta e i blog non sono infatti solo uno strumento di comunicazione uno a uno o uno a molti ma rappresentano il primo livello per accedere a quella comunicazione molti a molti che è implicita  nelle potenzialità di internet.

Per comprendere quanto sia rilevante il tema della comunicazione nell’introduzione delle tecnologie nella scuola in questo libro si analizza un caso di eccellenza in questo campo e cioè Il Bambino Autore che presenta una modalità e delle metodologie di introduzione nella scuola, fin dalla prima infanzia, delle metodologie digitali della comunicazione.

Nelle attività proposte dal progetto Bambino Autore, dieci come le casette nella piazza virtuale,  si capisce immediatamente che non è importante ciò che i ragazzi sanno fare col computer ma è importante il tipo di approccio con la macchina, un approccio intelligente ed emotivamente maturato attraverso un’ analisi della singola attività e motivato dalla necessità di comunicare.

Le attività didattiche, preparate e studiate secondo target di età differenti, sono strutturate in modo che i processi di apprendimento dei bambini passino sia attraverso la classe sia attraverso il web come luogo di interscambio e cooperazione.

Le attività proposte sono perfettamente inseribili nelle varie discipline ed educazioni, dai testi narrativi alla costruzione di ipotesi scientifiche, dalla costruzione e risoluzione di giochi logici, linguistici e matematici alla costruzione di programmi con il linguaggio LOGO.

Gli alunni dispongono di ambienti dove verbalizzare, descrivere e argomentare il proprio pensiero, interpretare il linguaggio altrui (orale, iconico, testuale, sonoro,…), confrontarsi con i coetanei per risolvere problemi inerenti alla realizzazione di un prodotto finale condiviso.

Il bambino autore non è una vetrina di attività come molti altri siti scolastici: i partecipanti si sentono coinvolti, diventando protagonisti e nello stesso tempo si rendono conto che ciascuno può discutere, rivedere, integrare quanto proposto da altri coetanei e insieme cooperare per realizzare un lavoro condiviso e comune a tutti.

Nel libro si comprende anche che gli insegnanti sono impegnati in un continuo aggiornamento del proprio lavoro, essi, anno per anno, nello steso momento in cui praticano, apprendono a loro volta le novità che riguardano le tecnologie della comunicazione. E’ questa una attenzione che devono avere tutti coloro che si accingono a  replicare un progetto simile perché  le nuove tecnologie della comunicazione richiedono una continua riflessione e autovalutazione da parte degli insegnanti.

 
     
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