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Prefazione di Raymond Lorenzo
Inserita il: 23/10/2008
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Può essere buono partire proprio da questa domanda:
"come è possibile progettare spazi di qualità per servizi educativi rivolti a
bambini d’età tra i tre mesi e i tre anni, per le loro famiglie, per gli educatori e
operatori e, allargando la prospettiva, per tutta la comunità locale che ha – o
dovrebbe avere – a cuore lo sviluppo e il benessere dei suoi figli?".
Gli autori di questo libro, tutti con lunghe e consolidate esperienze in questo campo, dovrebbero sapere bene che – per molti anni – non è stato semplice fare questo in Italia.
Proprio Fortunati, nel suo primo contributo, identifica in prima battuta alcuni fattori che sostengono e giustificano questa mia affermazione. Mi sembra
che le sue osservazioni rispetto agli educatori possono essere affiancate da
altre rispetto agli architetti e che insieme queste rappresentino due facce
della stessa medaglia: mentre i primi sono stati troppo presi dal tema dell’identità
del ruolo dell’educatore (dalle sue attività e dai suoi strumenti) per
considerare l’importanza del contesto – e quindi dello spazio – anche in relazione
con i processi di apprendimento e socializzazione, i secondi hanno privilegiato
gli aspetti tecnici, normativi ed estetici del loro mestiere e hanno, per
la maggiore parte, tralasciato il vero significato del termine "funzionalità",
emarginando da sé le conoscenze, i bisogni, i punti di vista, le competenze e le
esperienze degli utenti e committenti (pedagogisti, bambini, comunità etc.).
La "medaglia" alla quale alludo è, ovviamente, "l’impermeabilizzazione delle professioni" e il suo derivato: la mancanza di collaborazione interdisciplinare.
Il fatto che questo libro sia stato prodotto a sei mani appartenenti a un
pedagogista molto cosciente del ruolo dello spazio nella pedagogia (sia nel
progetto educativo che nell’apprendimento informale) e da due architetti
con consolidate esperienze nella progettazione interdisciplinare di servizi
per l’infanzia e di learning environments è una dimostrazione che negli ultimi
dieci anni qualcosa d’importante è cambiato.
E la qualità delle analisi e delle indicazioni progettuali e di programma che sono
presentate nel volume sono testimoni del valore di questo cambiamento.
Non c’è spazio qui per entrare su questioni specifiche e non vorrei peraltro
anticipare le riflessioni o i numerosi e interessanti esempi e indicazioni
offerti nelle pagine seguenti.
I tre autori ci aiutano a mettere a fuoco quello che serve per creare spazi
per servizi educativi di qualità che favoriscano al meglio crescita, sviluppo
globale, relazioni e apprendimento dei bambini: è necessario avere una chiara
e profonda attenzione per le forme e i modi dello sviluppo infantile, essere
consapevoli del come i bambini naturalmente comprendono, percepiscono
e interagiscono con lo spazio e, inoltre, saper accomodare (con riferimento
allo spazio, ma evidentemente non solo) queste conoscenze con la filosofia e
l’approccio educativo che il servizio e la comunità intende implementare in
ogni determinato contesto e situazione.
È del tutto evidente e palese che non c’è una singola figura professionale (o
non) che possa fare tutto ciò; a mio avviso (ritengo condiviso dagli autori) ci
vuole un’integrazione di competenze professionali e inoltre un impegno
comune con tutti i membri della comunità locale per creare e sostenere
servizi e spazi del genere.
Nel mio ruolo di facilitatore e conduttore di processi di progettazione e pianificazione
partecipata sono chiamato spesso a “mettere insieme” i saperi,
le competenze, i bisogni e i desideri dei diversi attori o stake-holders –
esperti e non – per produrre luoghi, situazioni o programmi che meglio soddisfino
i loro obiettivi e le loro aspettative.
So bene, per esperienza, che alla fine del processo i politici rimangono politici,
gli architetti rimangono architetti, gli educatori rimangono educatori e i
bambini – grazie al cielo – rimangono bambini.
Ma tutti sono anche un po’ trasformati.
Le loro specificità, le loro competenze e i loro saperi sono stati valorizzati
nel processo e tutti indifferentemente hanno appreso qualcosa dall’avere
dialogato e collaborato con gli altri.
E questo – proprio questo – è il vero valore di un processo interdisciplinare,
intersettoriale e partecipato.
Si intuisce, leggendo questo libro, che l’impostazione comunitaria (di una
learning community genuina) ha dato vita nei servizi educativi di San Miniato
a processi come quello da me accennato: magari meno organizzati o espliciti
e probabilmente senza sempre l’apporto di un “esperto della partecipazione”,
ma comunque validi, efficaci e fortemente condivisi.
Alla fin fine, mi sembra che l’obiettivo (implicito) degli autori è di rappresentare,
progettare e realizzare lo spazio educativo come un luogo di vita.
Gli architetti, è vero, sono incaricati di progettare lo spazio.
Ma creare “spazio” non basta… Lo spazio deve diventare “luogo”.
E “fare luogo” richiede molto di più di un buon progetto architettonico.
Uno spazio, infatti, non è un luogo finché le persone non lo abitano e le persone
– a mio avviso – non sono persone “complete” (o forse, meglio precisato,
non sono cittadini) fin quando non abbiano un luogo in cui abitare.
Abitare vuol dire molto di più di occupare o utilizzare uno spazio; vuol dire
sentirsi parte dell’insieme, vuol dire prendere cura non solo dello spazio, ma
anche delle relazioni che si sviluppano in e con esso.
Questo scopo, a mio avviso, può essere raggiunto solo attraverso un percorso
di condivisione e riflessione attiva in tutte le fasi di vita dello spazio
(programma, progetto, realizzazione e gestione) che coinvolge tutti gli attori
interessati e/o influenzati.
Con questo, non vorrei diminuire l’importanza di questa pubblicazione o di
qualsiasi testo che mira a integrare saperi provenienti da diversi campi per
migliorare la qualità ambientale, sociale ed ecologica di spazi – essi siano
servizi educativi, abitazioni, spazi aperti, quartieri o intere città. Anzi, vorrei
con questo indicare un sentiero per moltiplicare le sue applicazioni e
aumentare la sua efficacia.
Mi auguro insomma che questo libro finisca nelle mani (e nelle menti) di molti
progettisti ed educatori, ma che non resti lì.
Mi piacerebbe vedere i contenuti di questo libro posti al centro di dialoghi
operativi in contesti concreti e che questi processi coinvolgessero, oltre a
progettisti e educatori, anche le famiglie, i genitori, le istituzioni, le risorse
del territorio fino ai singoli membri delle comunità locali. Ed è importante
che – in qualche misura – i bambini siano coinvolti in questi processi, tenendo
conto della loro età, del loro interesse e delle loro competenze.
Infine, in quanto urbanista con un forte impegno rispetto al rapporto tra i
bambini e la città, ritengo fondamentale che le riflessioni teoriche e pratiche
di questa pubblicazione non rimangano all’interno delle mura dei cosiddetti
“ambienti d’apprendimento” formali.
I bambini non crescono e apprendono esclusivamente in luoghi istituzionali.
L’attenzione che gli autori hanno posto alle caratteristiche e parametri di
qualità per servizi educativi accoglienti, conviviali ed efficaci dovrebbe portare
gli stessi soggetti – progettisti, educatori, politici, genitori, comunità –
a riflettere sulle case, sui parchi, sulle piazze e sulle strade in cui i nostri
bambini crescono – e dovrebbero poter crescere bene – anche quando non
sono “a scuola”.
Il futuro, non solo dei bambini, ma della nostra società, dipenderà anche da
questo. |
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